Tutto è relativo?


1 • Il modo “giusto” di pensare

Recentemente, ho iniziato ad avere il sospetto che – nonostante ci troviamo in una democrazia – la libertà di parola non sia più la stessa di – poniamo – mezzo secolo fa.

Mi sembra che – rispetto ad allora – ci sia un clima di maggiore fastidio, insofferenza, poca tolleranza.

E non mi riferisco alla xenofobia (quella, immagino ci sia sempre stata). È una cosa molto più sottile.

Penso che si tratti di un atteggiamento che, perché no, potrebbe essere parente del “politicamente corretto”. Quello stesso politicamente corretto per cui “pare brutto” parlare di certe cose in determinati contesti. E per il quale molte persone sono infastidite quando sentono qualcuno che ha opinioni “fuori dal coro”.

Si tratta, a mio avviso, di un certo modo di osservare, interpretare, giudicare le situazioni, le persone, la realtà, che porta alcuni a pronunciare frasi del tipo:

Tutte queste frasi sottendono un modo di pensare, molto comune ai giorni nostri.

E non di rado, mi è capitato di sentire persone accalorarsi un bel po’ per sostenere queste posizioni.

Colpa mia che sono orgoglioso, ma questi “dictat” mi hanno sempre fatto salire il sangue alla testa.

Recentemente però ho dovuto rivedere questo mio atteggiamento, punto da questa pulce nell’orecchio: se c’è una cosa che in molti hanno imparato a loro spese durante il ‘900, è che le dittature (sia di un colore che dell’altro) uccidono (ma va?)…

…purtroppo, la paura di ricadere in un errore simile ha a tal punto “accecato” il sentire comune, il pensiero popolare, la gggente… da far cadere un po’ tutti nell’eccesso opposto:

  • Per la paura dell’autoritarismo, abbiamo iniziato a guardata con estremo sospetto (fino a – forse – mettere al bando) ogni forma di autorità;

  • Per paura di chi ha alzato la voce per gridare “nero” e “bianco”, è stato necessario far diventare tutto “grigio”;

  • Per paura di chi si accalorava per le proprie idee, abbiamo dovuto estinguerle, rendendo tutto “opinabile”.

D’altronde, come controbattere? Sembrerebbe un modo di pensare abbastanza ragionevole, e – perché no – di larghe vedute. Un modo di dialogare stemperando i toni, smussando i disaccordi, ponendo ciascuno di fronte alla propria “opinabilità”.

Da qui la domanda: ma è ragionevole davvero?

2 • La prima impressione (non) è quella che conta

Nell’autunno del 2010 cominciavo l’università.

Come in tutte le facoltà, anche da noi c’era “il corso inutile” (almeno, così era considerato dalla maggior parte delle matricole). Era tenuto da una professoressa, che aveva da tempo passato gli “enta”, e naviga da parecchi lustri nei sui “anta”.

L’assistente di lei, era un uomo che fin dalla prima apparizione aveva suscitato risatine e commenti cattivi, sia sul suo ruolo in ambito didattico (in quanto assistente di un corso da pochi crediti), che sul suo aspetto:

Non ricordo per quale motivo, un giorno si finì a parlare del relativismo.

E l’assistente se ne uscì con questa frase:

(Per chiarire la frase un po’ densa dell’assistente, penso sia utile avvalersi di un pratico schema:)

Colpo di scena: rovesciata dell’ “assistente del corso inutile” da fuori area al 94°.

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Palla al centro…

3 • Il dogma del terzo millennio

Ho il sospetto che – se fosse istituito un concorso per l’assegnazione del premio “il dogma più diffuso nel terzo millennio”, il vincitore non sarebbe un dogma che riguarda l’ambito religioso…

Temo proprio, infatti, che il primo posto spetti alla frase che è un po’ la sintesi di quel modo di pensare di cui ho parlato fin’ora:

«Tutto è relativo»

Spero che nessuno si senta offeso dal fatto che – a mio avviso – questa frase è un dogma.

In altri termini, è una verità “piovuta dal cielo”, non dimostrabile…

4 • Auto-psia

Come disse una volta Alexis Carrel (Premio Nobel per la Medicina):

Io penso che, più che andare a cercare la risposta in un libro di filosofia, sia più utile fermarsi a contare il numero di volte che abbiamo fatto le ore piccole in una chiacchierata notturna con un amico.

Non so voi, ma per quanto riguarda il sottoscritto, è stato proprio in quelle occasioni, parlando cuore a cuore con un amico, che hanno trovato voce molte di quelle Grandi Domande, che troppe volte erano passate sotto silenzio: le domande sul senso della vita e quelle sul senso della mia vita; sulla traiettoria che sta prendendo, sulle relazioni con le persone che mi circondano, sulla ricerca della felicità…

Molte domande sono rimaste senza risposta, e alcune di esse probabilmente non la troveranno mai… ma non è questo il punto. Il punto è un altro: in simili momenti di amicizia e di empatia, a mio avviso, emerge la verità del cuore dell’uomo, il suo desiderio di fare luce nella sua vita, la sua sete insaziabile di senso, e al contrario il suo rodimento interiore quando rimane nei morsi del dubbio e dell’incertezza… in sintesi: il suo bisogno di Verità (a prescindere dal sesso, dall’etnia, dalla religione, dalla condizione sociale).

È per questo che io penso che il relativismo sia contro l’uomo: perché è contro la sua natura più intima e la sua innata propensione per la Verità.

 

sale

 

(Inverno 2017-2018)

 

 

Fonti/approfondimenti

  • «Il cristianesimo così com’è» (Clive Staples Lewis, Adelphi, 1997)

  • «Una, nessuna, centomila verità» (Cinque Passi 2011-2012, catechesi di padre Maurizio Botta)