Che cos’è la Verità?

1 • Verità: una parola intollerante?

Il concetto di Verità sta diventando poco a poco un tabù.

Spesso le persone pronunciano questa parola mal volentieri.

Sembri sempre un po’ intollerante se la dici.

È sempre meglio non utilizzarla, sostituendola con una serie di espressioni provenienti dal mondo un po’ ovattato del politicamente corretto.

Mi spiego meglio: non di rado, quando parlo con gli amici, noto che molti di loro – a prescindere dall’argomento di cui si parla – sentono il bisogno di rimarcare ogni 3×2 il fatto che quel che dicono è solo la loro opinione.

Del tipo…

Ora (tralasciando il fatto che io sono una persona orribile, e riesco sempre a trovare un motivo per cui qualcosa o qualcuno non mi vada a genio) come mai mi dà fastidio questo modo di esprimersi?

Prima di rispondere, vorrei chiarire una cosa: ovviamente non mi riferisco a quando questi intercalari sono utilizzati per questioni di gusti personali.

Se ti piace di più la torta alla fragola o quella al gusto di vongole, buon per te: in quel caso stiamo parlando di opinioni, di cose che rientrano nella sfera della soggettività, di una sensibilità diversa, e via dicendo.

Su queste cose non apro bocca, ci mancherebbe.

Quello che mi lascia perplesso è il fatto che questo modo di ragionare debba necessariamente essere applicato ad ogni ambito.

2 • Verità con la “V” maiuscola?

Io temo che stia scomparendo dal nostro vocabolario la nozione di Verità con la “V” maiuscola.

La “Verità Assoluta”, come la chiama qualcuno.

Ecco.

Quella parola lì è meglio non tirarla in ballo, perché crea problemi.

Dà fastidio.

Fa prudere i culi.

Il motivo secondo me è presto detto: come avevo già detto qualche anno fa, veniamo dal XX secolo che – Dio ce ne scampi in futuro – è stato teatro di un discreto numero di orrori, in nome di “Principi Assoluti”.

Tuttavia, temo che abbiamo buttato via il bambino con l’acqua sporca: per sradicare l’idea di “Principio Assoluto” che era alla base delle ideologie del ‘900, abbiamo gettato nel secchio anche il concetto in sé di Verità.

Quella (come dicevo) con la “V” maiuscola, più grande del cervello di ciascuno, quella che (da che mondo è mondo, passando per Socrate, Platone, Aristotele e tutti gli altri) l’uomo tenta di inseguire, umilmente e a testa bassa.

3 • Lo “spirito del tempo”

Al posto dell’idea di Verità abbiamo messo dei rimpiazzi: feticci, pupazzetti di plastica, idoli …che sono figli del nostro tempo e che ci siamo fatti con le nostre mani.

Di fronte ai quali ci siamo prostrati, senza il minimo spirito critico.

Come fossero dei dogmi piovuti dal cielo.

Diceva Carl Gustav Jung:

«Con lo spirito del tempo non è lecito scherzare: esso è una religione, o meglio ancora una confessione, un credo, a carattere completamente irrazionale, ma con l’ingrata proprietà di volersi affermare quale criterio assoluto di verità, e pretende di avere per sé tutta la razionalità»

Faccio qualche esempio, sennò do l’impressione di parlare di aria fritta.

Lo spirito del tempo di Jung ci porta ad utilizzare una serie di frasi-slogan, tipiche dei nostri giorni… del tipo:

  • «È vero per te, non per me
  • «Sono intimamente convinto di questa cosa!»
  • «È inutile che ti scaldi: un’opinione vale l’altra
  • «Tutto è relativo

Vediamo quindi di smascherare questo frasario, che si ammanta di umiltà e ragionevolezza, ma cela (ahimé) ben più di una ruga.

4 • La post-verità

Qualche sera fa stavo facendo zapping su internet.

Naviga che ti rinaviga, mi sono imbattuto (sulla solita Wikipedia) in un’espressione molto interessante: quella di post-verità (che viene dall’inglese post-truth).

La post-verità – parola più, parola meno – consiste in questo:

In una discussione (riguardo a qualsiasi cosa)…

  • …la verità viene considerata di secondaria importanza;
  • …le informazioni vengono accettate o rifiutate in base ad emozioni, sensazioni e convinzioni personali, senza analizzare l’effettiva veridicità di ciò che è comunicato.

Questo “nuovo modo” di vedere le cose sposta il criterio di giudizio dalla ragione alle impressioni.

Dalla testa alla pancia.

Dalla ricerca della Verità alla “verità per me“.

Scriveva Edmund Husserl, filosofo e matematico austriaco:

«La nozione di verità per me e non per te è un abbaglio. Si chiama opinione e non verità.

Il fatto che tu ignori una verità – o che ti sbagli e credi sinceramente che il tuo errore sia la verità – non significa che essa non sia più verità.

Sono disposto a riconoscere che io e te potremmo essere caduti in un determinato errore e stiamo prendendo per verità ciò che non lo è, ma non che sia verità solo per il fatto che io la prenda per verità, in modo tale che la verità sia, per ognuno, ciò che egli prende per verità.

Non è così.

La verità è sempre ciò che si adegua alla realtà, anche se io non la conosco: la legge di gravità era verità già molto tempo prima che Newton la scoprisse, e non credo che abbia conominciato ad esserlo il giorno che Newton l’ha scoperta»

(Edmund Husserl, cit. in T.Melendo, “Un sapere a favore dell’uomo. Introduzione alla filosofia”, p.111)

5 • Il relativismo

Come scrivevo sotto alla prima vignetta, ci sono molte cose che rientrano nell’ambito delle opinioni.

Ma non tutte.

Come avevamo già detto a suo tempo, far rientrare qualsiasi cosa nella sfera della soggettività – ovvero dire che tutto è relativo – è un’operazione profondamente illogica: ovvero, chi sostiene questa opinione si contraddice.

Se tutto è relativo, sarà relativo anche che (tutto è relativo).

Ma sarà anche relativo [che è relativo che (tutto è relativo)].

E così via, fino ad arrivare all’assurdo logico che prende il nome di regresso all’infinito.

Insomma, questa affermazione è completamente irriflessiva (nel senso che non resiste ad una flessione su se stessa).

Oh, beninteso: alcune cose sono relative.

Ma non tutte!

6 • «Un’opinione vale l’altra»?

Ci sono alcune persone che sostengono che il Signore degli Anelli sia solo un mattone pieno di nomi complicati, battaglie interminabili e descrizioni della fauna della Terra di Mezzo…

…e che Tolkien non sia un così grande scrittore…

Coooomunque… escluso l’esempio di Tolkien, che è una cosa oggettiva, ci sono moltissime altre questioni che rientrano nell’ambito delle opinioni.

E fin qui va tutto bene.

Temo però che – in più di una occasione – il discorso sulla “pluralità di opinioni” abbia raggiunto delle spiacevoli derive.

Infatti, a livello culturale, stiamo piano piano scivolando da “chiunque ha diritto ad esprimere la propria opinione” a “ogni opinione ha lo stesso valore.

Sulla prima frase (“Chiunque ha diritto a esprimere la propria opinione”) non faccio commenti… che già Umberto Eco ci aveva provato, qualche anno fa, e gli era arrivata addosso una valanga di cattiverie che te dico fermate:

«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli»

(Umberto Eco)

Sulla seconda frase (“Ogni opinione ha lo stesso valore”) mi sembra invece abbastanza evidente la contraddizione logica.

Purtroppo, ai nostri giorni è molto diffusa la tendenza (soprattutto sui social) per la quale chiunque (meglio se famoso o se gestisce una pagina con qualche migliaio di like) sente il bisogno di mettere bocca sulle questioni più disparate, anche se la sua ignoranza in materia è palese.

E dato che alla fine ognuno “saa canta e saa sona” ed escono fuori le idee più eterogenee e contraddittorie, si riafferma la convinzione che la verità è inaccessibile.

Adesso dirò una cretinata controcorrente: penso che (a livello culturale) dovremmo riacquisire quel pizzico di senso della realtà che portava – non so – mia nonna a dire che il valore delle opinioni è differente, e dipende da quanto chi le enuncia è qualificato a farlo.

7 • Verità: tentativi di avvicinamento

C’è un detto caro alla filosofia Scolastica (cioè la filosofia del “buio Medioevo” cristiano) che recita:

«Quidquid recipitur, ad modum recipientis recipitur»

(Letteralmente: «Tutto ciò che viene ricevuto, viene ricevuto secondo la forma del recipiente»)

In parole povere: come quando si versa l’acqua in un bicchiere essa ne prende la forma, allo stesso modo le cose vengono conosciute dall’intelletto secondo le possibilità della persona che conosce.

Vale a dire: «la realtà è più grande della mia capoccia» e della mia capacità di conoscere.

Di fronte a questa constatazione, possiamo trarre due possibili modi di osservare il mondo:

  • Il primo: pensare che la realtà sia talmente grande e il cervello umano talmente limitato, che alla fin fine non possiamo dire nulla di certo su ciò che è “al di fuori di noi”: «Come posso essere certo che i miei sensi non mi ingannino?», «Che ne so che il blu è blu?», «Ma Alice continua ad esistere anche quando chiudo gli occhi?»
  • Il secondo: riconoscere che le parole non sempre riescono ad esprimere tutta la ricchezza di ciò che esiste, che la conoscenza è un approssimarsi a ciò che è “fuori da noi”… ma avere anche il buon senso e il realismo di affermare che quel poco che invece comprendiamo non è solo “una nostra impressione”, ma rispecchia qualcosa di ciò che la realtà è veramente.

Insomma, come scrive Franco Nembrini (per il quale ho una stima ai limiti della venerazione) nel suo commento all’Inferno di Dante:

«Del resto è inevitabile: o c’è una realtà, c’è un mondo reale che ci supera, c’è il bisogno comune di scoprire il significato di questo mondo, e allora la parola è lo sforzo paziente per cercare di comprenderlo, e perciò la voce dell’altro è interessante perché porta uno sguardo diverso, un punto di vista diverso che può aiutarmi a capire di più; o, se la realtà è solo quel che ne penso, il punto di vista dell’altro è irrilevante o nemico»

8 • Verità ed “evidenza”

Eccallà! Ho scritto un’altra parolaccia

Ai nostri giorni, molte persone – orgogliose della propria intelligenza – credono fortemente in questi due dogmi laici:

  • se qualcosa è vero, deve per forza convincermi;
  • se qualcosa non mi convince, è sicuramente falso

In realtà, se ci pensiamo bene, esistono vari motivi per cui qualcosa – anche se è palesemente vera – non viene ritenuta tale dalle persone:

  • Il motivo più semplice è che una verità sia al di sopra del quoziente intellettivo di una determinata persona. È un po’ politicamente scorretto a dirsi, ma è così.
  • È poi possibile che una persona – anche se sufficientemente intelligente – non colga l’evidenza di una verità per insufficienza di studio.
  • Last but not least, una verità non viene riconosciuta, perché qualcuno non vuole accettarla. Quest’ultimo punto sembrerà un po’ ridicolo, ma vi assicuro: una persona incarognita nella sua testardaggine non accetterà neanche l’evidenza più palese…

9 • Verità e totalitarismi

George Orwell (quello di 1984) scriveva così:

«L’aspetto più terrificante del totalitarismo non sono le sue “atrocità”, ma il fatto che esso attacca il concetto di verità oggettiva»

(George Orwell, Romanzi e saggi, Meridiani Mondadori, Milano 2000)

Se perdiamo di vista questo fondamento, si fa presto confusione… tanto per dire: su cosa si baserebbe un concetto come quello della giustizia, se togliessimo di mezzo la Verità? Sull’opinione di qualcuno? Sul consenso del popolo? Chi decreterebbe la giustizia o meno di un’azione? La maggioranza?

Ma come ci ha insegnato la storia (in modo particolare, quella dell’ultimo secolo): la maggioranza si può sbagliare.

(Per chi non ha la sbatta di andarsi a ripassare cosa fece la maggioranza quando governavano i vari Hitler, Stalin, Castro, Mussolini & Co. suggerisco la lettura della fiaba di Andersen “I vestiti nuovi dell’imperatore”…)

(Lascio qui il link alla storia, se qualcuno non l’ha mai letta)

10 • Che cos’è la Verità?

Che cos’è dunque questa benedetta Verità?

Ai giorni nostri, sembrerebbe che nessuno sia capace di dare una risposta convincente…

…andiamo dunque a cercare una definizione nei meandri della storia.

Nel Medioevo («mannaggia oh, sempre loro… sti retrogradi!») la verità era definita come:

«Adaequatio rei et intellectus»

…vale a dire: la corrispondenza tra la realtà e la sua rappresentazione linguistica e concettuale.

Detta in altri termini: ciò che ho in testa è vero se è conforme ad una realtà esterna alla mia capoccia (e falso se non lo è).

Anche quando mi confronto con le altre persone, solo il riferimento comune a qualcosa che è altro da me e da te (un “tertium quid”, direbbero gli Antichi) ci può garantire (se il ragionamento che facciamo segue una logica rigorosa) di poter pervenire ad una comune verità.

Tant’è che Aristotele scriveva:

«Se noi riteniamo che tu sei bianco, non per questo tu sei veramente bianco; ma piuttosto, poiché tu sei bianco, noi, che affermiamo appunto questo, siamo nella verità»

(Metafisica Θ, 10, 1051 b)

In poche parole: è la realtà che determina il pensiero. E non il pensiero a determinare la realtà.

O come disse una volta don Luigi Giussani:

«La verità non è un prodotto della discussione, ma la precede»

…ma anche Giovanni Paolo II era dello stesso avviso:

«La Verità, infatti, non può mai essere limitata al tempo e alla cultura; si conosce nella storia, ma supera la storia stessa»

(Fides et Ratio, 95)

Chiudo il paragrafo con una poesia di Antonio Machado:

«Tu verdad? No, la Verdad,

y ven conmigo a buscarla.

La tuya, guàrdatela»

~

(Traduzione:

La tua verità? No, la Verità,

e vieni con me a cercarla.

La tua, tienitela)

Conclusione

Recita un proverbio arabo:

«Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità.

Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero»

Nonostante ai nostri giorni la verità venga identificata come il nemico numero uno della libertà e della tolleranza, purtroppo (alla luce di quello che abbiamo detto fin qui) temo che sia vero l’esatto contrario.

È proprio quando si perde di vista questo orizzonte, che si cade nella trappola dei “falsi sostituti” di cui ho parlato prima: maggioranze di consenso, soggettivismi, umori di pancia… che (non sempre, ma spesso) finiscono per trasformarsi in violenza.

(Tanto per la cronaca, questa “cretinata” non la penso solo io, ma ho un illustre predecessore:)

«Credere nella possibilità di conoscere una verità universalmente valida non è minimamente fonte di intolleranza; al contrario, è condizione necessaria per un sincero e autentico dialogo tra le persone»

(Giovanni Paolo II, Fides et Ratio, n.92)

Insomma, lasciamoci interrogare anche noi dalla domanda che Ponzio Pilato fece a Gesù: «Quid est Veritas?» (Che cos’è la Verità?)

(Sciocchezza conclusiva: qualcuno ha notato che la risposta alla domanda (che Gesù non dà a Pilato) potrebbe essere contenuta implicitamente nella domanda stessa: facendo l’anagramma di “Quid est Veritas?” esce fuori “Est vir qui adest”: “è l’uomo qui davanti a te!”… coincidenze? 😉)

sale

(Autunno 2019)

Fonti/approfondimenti