Cos’è il pudore?

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1 • Tendenze e controtendenze

Nella parte di mondo in cui vivo, possiamo fare e dire più o meno ogni cosa, senza essere giudicati.

Anzi, la capacità di riuscire a spingersi più in là spesso è un grande pregio.

Essere trasgressivi è una marcia in più, nel mondo dell’intrattenimento.

Essere in controtendenza, è un buon modo per avere i riflettori puntati su di sé.

Da Marilyn Manson a Lady Gaga, da Sfera Ebbasta ad Achille Lauro… le persone fuori dalle righe fanno sempre parlare di sé…

…soprattutto se la loro vita è un po’ libertina.

Quelli che un tempo erano chiamati vizî capitali, oggi sono medaglie al valore.

La gola? Oggi è «una virtù»: più hai gusti raffinati e frequenti ristoranti stellati, più susciti interesse.

La superbia? «Un po’ ne occorre, dai: senza un minimo di faccia di bronzo, non vai da nessuna parte!».

pudore lussuria clickbait

Però c’è qualcosa che non mi torna: a me non sembrano affatto in controtendenza tutte le cose che ho nominato fin qui.

Così come non mi sembrano in controtendenza lo smalto di Fedez

…il vestiario dei Maneskin

…i gusti sessuali di Ellen Page

…tutte queste cose mi sembrano semplicemente il risultato di ciò che ci suggerisce tutti i giorni la cultura in cui viviamo, la pubblicità, il marketing, la musica, le serie televisive, Netflix, gli influencer più famosi, etc.

Treccani alla mano, la parola «controtendenza» significa «tendenza diversa, opposta, che nasce e si sviluppa in contrasto con quella dominante in un periodo storico o in un ambito geografico determinati».

Scriveva Gilbert Keith Chesterton (1874-1936), scrittore e giornalista britannico:

Una cosa morta può andare con la corrente, ma solo una cosa viva può andarvi contro.

(GILBERT KEITH CHESTERTON, L’uomo eterno, Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz))

Se devo pensare a una cosa che è in controtendenza nella parte di mondo in cui vivo, così, su due piedi, mi viene in mente il pudore.

2 • Il pendolo tra «moralismo» e «permissivismo»

Dante (1265-1321), nel Purgatorio, faceva dire queste parole all’amico Forese Donati, che si lamentava del comportamento delle donne fiorentine:

O dolce frate, che vuo’ tu ch’io dica?
Tempo futuro m’è già nel cospetto,
cui non sarà quest’ora molto antica,
nel qual sarà in pergamo interdetto
a le sfacciate donne fiorentine
l’andar mostrando con le poppe il petto
.

(DANTE ALIGHIERI, Purgatorio, Canto XXIII, vv.97-102)

Parafrasi di Franco Nembrini dal suo commento al Purgatorio:
[[ Caro fratello, che vuoi che ti dica? Vedo già davanti a me un tempo futuro, per il quale quest’ora non sarà molto antica, in cui dal pulpito sarà proibito alle sfacciate donne fiorentine di andare in giro a mostrare il petto coi seni ]]

Insomma, le lamentele sulla mancanza di pudore non sono una cosa che riguarda solo i nostri giorni (*).

sale anziano

Già prima della nostra, ci sono state altre epoche storiche con… una sensibilità diversa (chiamiamola così) nei confronti del pudore.

Questo perché spesso nel corso della storia, la cultura di massa non ha fatto altro che seguire una reazione a pendolo rispetto all’epoca precedente:

Moralismo – Permissivismo – Moralismo – Permissivismo – etc.

Non è una regola matematica, ma spesso accade che:

  • una nonna educanda e puritana forse avrà un nipote come J-Ax;
  • un libertino come Giuseppe Cruciani de La Zanzara forse sarà il nonno della prossima Madre Teresa di Calcutta.

Il problema è che noi ora siamo reduci dal dominio culturale di quelle correnti di pensiero che, come reazione a secoli di legalismo e formalismo moralista, hanno devastato intere generazioni con l’ideologia che l’uomo non solo può, ma deve vedere tutto, sentire tutto, toccare tutto, ecc.
La responsabilità di questi falsi maestri, di cui abbiamo riempito anche i manuali scolastici, è immensa.
Vedi che torniamo sempre all’infantilismo, che passa dal proibizionismo alla devastazione del ‘tutto si può’.
La via della libertà è percorsa da pochi.

(MARKO IVAN RUPNIK, L’arte della vita : il quotidiano nella bellezza, Lipa, Roma 2011, p.101)

3 • Una vita scandita dal marketing?

Quando si parla di pudore o spudoratezza, burqa o tette al vento, gonna «lunga fino a qui» o «corta fino a qua»… c’è una parola che pone fine ad ogni discorso.

La parola in questione è «libertà».

È tipo l’asso-pija-tutto, con cui il banco vince sempre:

  • «Ognuno è libero di fare come vuole!»
  • «Non puoi intrometterti nella libertà delle altre persone!»
  • «Ho diritto a dire/fare/vestirmi come voglio, lasciami liber*

«Libertà». «Libertà». «Libertà».

liberta libertinismo

Tutte osservazioni giuste, ci mancherebbe!

Tutte le persone che parlano con me di «libertà», sanno che sfondano una porta aperta…

…però…

…però…

…però…

…ciò che mi lascia perplesso è l’idea fraintesa di libertà, che si è diffusa nel contesto culturale in cui viviamo.

In un’intervista di qualche anno fa, il cantautore punk Giovanni Lindo Ferretti (classe ’53) diceva che:

La libertà è una cosa più complicata dei “diritti”, la libertà è una forma di disciplina.
C’è un aneddoto che mi è sempre piaciuto: ti prendo, ti butto in mezzo al deserto e ti dico “vai, sei libero”.
Tu non sei libero, anche se in apparenza lo sei.
Per essere libero dovresti conosce le oasi più vicine, sapere dove andare, saperti orientare.
Oggi l’uomo è disorientato.
Ma questo disorientamento lo chiama “libertà”
.
Bisogna al contrario essere consapevoli di com’è questo mondo, per tracciare un sentiero che è la tua vera, disciplinata libertà.

(GIOVANNI LINDO FERRETTI, da un intervista del 25 luglio 2016)

In un mondo in cui:

  • …siamo frastornati dal marketing;
  • …quando scrolliamo sulla bacheca di Instagram, ogni 2-3 post c’è un’inserzione a pagamento che ci strizza l’occhio su come dovremmo vestirci/mangiare/pensare/parlare;
  • …la metà delle storie degli influencer che seguiamo sono finanziate da qualcuno che ha un interesse economico a riguardo;
  • …ogni volta che navighiamo su un sito, carichiamo/scarichiamo cookies che vengono utilizzati per targhettizzare le pubblicità in modo da venderci più facilmente qualcosa;

…vi confesso che mi fanno un po’ sorridere i ragazzi che vogliono sentirsi «liberi» di mettere lo smalto, o le ragazze che vogliono sentirsi «libere» di mettere una gonna più corta di due centimetri.

Oh, famo a capisse: mettiti lo smalto che ti pare. Ed esci di casa in mutande, se vuoi…

…fai come credi… non sarò io a impedirtelo… e non ti giudicherò…

…se vuoi essere “libero” sii “libero”

D’altronde, «questa sì che è una “libertà” autentica! Genuina! Assolutamente non condizionata! Queste necessità nascono da un desiderio che è profondamente tuo!»

«Sì, sì. Certo. Come no…»

~

Fin qui il discorso era rivolto un po’ a tutti (credenti o meno). Per i cristiani invece, aggiungo un pensiero di Marko Ivan Rupnik:

Non si può vivere la vita divina, la vita che non muore più, se il ritmo delle nostre giornate è scandito dal marketing, dal piacere di comprare e di consumare.
Evidentemente, se la vita di Cristo non è nutrita non solo dal suo corpo, cioè dall’eucarestia, ma da tutto un insieme di altri elementi, se questa vita non è sostenuta da un contesto, andare all’eucarestia diventa una cosa estranea a tutto il resto.
Penso che questo sia il problema di tanti cristiani oggi: una vita immersa nei fenomeni, in ambienti totalmente gestiti dal ritmo dell’economia, del consumo, di un pensiero che si nutre di tanti altri canali, per cui tutto ciò che è proprio alla vita spirituale e che dovrebbe costituire il nucleo più intimo di sé diventa sempre più esterno, superficiale e formale.
E ogni proposta religiosa, in questo contesto, o viene smorzata con lo stesso stile del mondo per attirare di più e per non rappresentare una diversità troppo forte dal resto, oppure è semplicemente gestita come un dovere.
Ad ogni modo, in entrambi i casi, non si tratta della vita, perché la persona in realtà vive altrove, ad un altro livello, e la dimensione spirituale è solo un optional temporaneo, un diversivo momentaneo.

(MARKO IVAN RUPNIK, L’arte della vita : il quotidiano nella bellezza, Lipa, Roma 2011, p.103-104)

4 • Cos’è il pudore?

Ma veniamo alla domanda del titolo: cosa diamine è il pudore?

pudore puritanesimo

No. Niente di più lontano dalla realtà.

Come scrivevo sopra, il pudore non c’entra nulla con il «moralismo» (quello lo lasciamo ai puritani inglesi del XVI secolo… che non erano cattolici, ma calvinisti).

Ecco cosa dice il malfamato Catechismo della Chiesa Cattolica a proposito del pudore:

La purezza esige il pudore. Esso è una parte integrante della temperanza. Il pudore preserva l’intimità della persona. Consiste nel rifiuto di svelare ciò che deve rimanere nascosto. È ordinato alla castità, di cui esprime la delicatezza. Regola gli sguardi e i gesti in conformità alla dignità delle persone e della loro unione.
(Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2521)

Il pudore custodisce il mistero delle persone e del loro amore. Suggerisce la pazienza e la moderazione nella relazione amorosa; richiede che siano rispettate le condizioni del dono e dell’impegno definitivo dell’uomo e della donna tra loro. Il pudore è modestia. Ispira la scelta dell’abbigliamento. Conserva il silenzio o il riserbo là dove traspare il rischio di una curiosità morbosa. Diventa discrezione.
(Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2522)

Esiste non soltanto un pudore dei sentimenti, ma anche del corpo. Insorge, per esempio, contro l’esposizione del corpo umano in funzione di una curiosità morbosa in certe pubblicità, o contro la sollecitazione di certi mass-media a spingersi troppo in là nella rivelazione di confidenze intime. Il pudore detta un modo di vivere che consente di resistere alle suggestioni della moda e alle pressioni delle ideologie dominanti.
(Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2523)

Le forme che il pudore assume variano da una cultura all’altra. Dovunque, tuttavia, esso appare come il presentimento di una dignità spirituale propria dell’uomo. Nasce con il risveglio della coscienza del soggetto. Insegnare il pudore ai fanciulli e agli adolescenti è risvegliare in essi il rispetto della persona umana.
(Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2524)

Il pudore non è in contrasto con la libertà.

Tutto il contrario: il pudore è l’utilizzo della propria libertà «portata alle estreme conseguenze».

Come scrivevo nel paragrafo precedente, c’è una “libertà” che in realtà non libera; una libertà dis-ordinata (che non porta a nulla, se non a svenderci); ed è quella di cui parlano alcune lettere del Nuovo Testamento:

Servendovi della libertà non come di un velo per coprire la malizia, ma come servi di Dio.
(1Pt 2,16)

Badate però che questa vostra libertà non divenga occasione di caduta per i deboli. Peccando così contro i fratelli e ferendo la loro coscienza debole, voi peccate contro Cristo.
(1Cor 8,8-9.12)

Al contrario, il pudore consente di sub-ordinare la propria libertà al servizio di ciò che è Buono, Bello e Vero.

Il pudore rende (veramente) liberi.

5 • Il vestiario copre l’impersonale attraverso l’impronta della persona

Bene.

Se siete arrivati a leggere fin qui senza indispettirvi, possiamo fare l’ultimo passo e parlare dell’argomento più fastidioso di tutti: quello del vestiario.

Tema assai spinoso, sia per la sua natura, sia per il contesto culturale in cui viviamo, sia per la bassissima soglia di indignazione a cui ci ha portato questo clima di politicamente corretto esasperato…

pudore femminismo femminista

Riprendo nuovamente quel che dice Rupnik:

[…] per noi cristiani il vestito – se è pure inevitabilmente una questione anche morale o culturale -, è soprattutto una questione teologica e spirituale, e che pertanto non può essere gestita solo con le regole.

(MARKO IVAN RUPNIK, L’arte della vita : il quotidiano nella bellezza, Lipa, Roma 2011, p.172)

Non esiste «la regoletta»; il modo in cui mi vesto ha a che fare con qualcosa di molto più profondo, che intreccia:

  • morale
  • cultura
  • teologia
  • spiritualità

Ehmmmmmmmm… in che senso?

Per quanto riguarda i primi due aspetti – morale e culturale:

Il vestito ci protegge dagli sguardi degli altri che ci rinchiudono nell’impersonale della specie e che, disprezzando o desiderando, separano il corpo dall’identità personale.
Il vestito copre l’impersonale attraverso l’impronta della persona, la manifestazione del suo gusto, il significato di una cultura, in maniera che tutto il corpo divenga espressione dell’interezza della persona, diventi volto.

(MARKO IVAN RUPNIK, L’arte della vita : il quotidiano nella bellezza, Lipa, Roma 2011, p.172-173)

Che significa che «il vestito copre l’impersonale attraverso l’impronta della persona»?

Significa che se io vado in giro con le chiappe al sole, non mi sto mostrando agli altri pienamente.

Se io vado in giro senza nulla addosso e con il pisello al vento, gli altri si perdono una parte di me.

La parte personale di me.

Quel qualcosa-in-più per cui io non sono solo un animale della specie «homo sapiens», ma sono Alessandro.

Nell’uomo natura e cultura sono intrecciate e inscindibili.

Dunque il pudore mi aiuta a mostrarmi meglio, nella verità, e (riprendendo le parole di Rupnik) «mi protegge dagli sguardi degli altri che mi rinchiudono nell’impersonale della specie e che, disprezzando o desiderando, separano il corpo dall’identità personale».

Per quanto riguarda gli altri due aspetti – teologico e spirituale – invece:

[…] per noi cristiani il vestito è importante, perché traduce simbolicamente il fatto che siamo rivestiti di Cristo.
Allora il vestito che noi indossiamo in qualche modo deve aiutare a trasmettere agli altri questa nostra verità.
Se il vestito è sempre una comunicazione, per noi è la comunicazione di questa nostra trasfigurazione in Cristo.
Bisogna allora stare attenti a non farne una maschera, ma a fargli esprimere la nostra verità.
Noi non cerchiamo di colpire con il vestito per camuffare l’assenza di gloria, ma realmente, attraverso il vestito, dobbiamo indicare il nostro cammino verso la gloria, in un’unità che abbraccia da una parte il nostro essere inseriti nel creato e dall’altra il nostro sprofondare nel mistero assoluto
.

(MARKO IVAN RUPNIK, L’arte della vita : il quotidiano nella bellezza, Lipa, Roma 2011, p.173)

Conclusione

Per chi volesse approfondire, consiglio caldamente i varî spunti che ho messo in bibliografia.

E niente…

Passo e chiudo con un altro pensiero di Rupnik:

La bellezza nel senso teologico non si esaurisce mai in ciò che la rivela, perché partecipa dell’inesauribilità di Dio, e dunque supera sempre sé stessa.
Pertanto il vestito del cristiano oscillerà tra la bellezza che è semplice e il mistero che sfugge.
Il vestito aiuta a vedere l’altro, ma ricorda anche che l’altro non è solo ciò che io vedo, e che dunque non lo posso possedere.

(MARKO IVAN RUPNIK, L’arte della vita : il quotidiano nella bellezza, Lipa, Roma 2011, p.175)

sale

(Autunno 2021)

Fonti/approfondimenti

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