Cos’è il peccato originale?

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0 • Premessa inutile (o forse no?)

Ogni volta che si parla del libro della Genesi (che è il primo libro della Bibbia) una delle domande che salta sempre fuori è: «Ma voi cristiani credete davvero che Dio abbia creato il mondo in sette giorni? Credete alla storiella del serpente parlante? Della mela proibita? etc.».

Ehm… no!

Per chi fosse interessato, vi rimando a quest’altra paginetta del blog, in cui parlavo del fatto che nella Bibbia ci sono decine di libri appartenenti a generi letterarî molto diversi tra loro… e molto di questi libri, per essere compresi, devono essere interpretati nel modo corretto.

*FINE-DELLA-PREMESSA*

1 • L’episodio biblico più frainteso della storia

Nel terzo capitolo del libro della Genesi c’è il racconto del cosiddetto peccato originale.

La storiella la conoscono tutti: Adamo ed Eva – ingannati dal serpente – mangiano un frutto da un albero, dal quale Dio aveva espressamente proibito loro di mangiare, e per la loro disobbedienza vengono cacciati dal paradiso terrestre:

adamo ed eva peccato originale

Nonostante il racconto sia noto a tutti, il peccato originale rimane uno degli argomenti sui quali «il mondo» è maggiormante disinformato.

Il 99.99% delle volte (*), l’interpretazione che ne ho sentito dare è la seguente:

  • Dio è il cattivo della storia: è palesemente infame (come altro si potrebbe definire qualcuno che riempie un giardino di alberi, e su uno di essi appende il cartello: «Non mangiare questi frutti!»? È un po’ come se qualcuno ti dicesse: «Non pensare ad un cavallo!»… a cosa pensi? Ovviamente ad un cavallo!) ed è geloso della propria divinità, che non vuole condividere con l’uomo.
  • L’albero della conoscenza del bene e del male è un mezzo per diventare migliori.
  • Il serpente è un liberatore. Come Prometeo ha donato il fuoco agli uomini, rubandolo agli dei, così il serpente ha donato ad Adamo ed Eva la conoscenza, liberandoli dalla condizione di ignoranza.
  • Il peccato è un atto di affrancamento dalla sottomissione a Dio.

(*) (ad esempio, nella miniserie Good Omens, tratta dall’omonimo romanzo di due dei miei due autori preferiti: Terry Pratchett e Neil Gaiman. In questa serie, nei primi minuti del primo episodio, è rappresentato proprio il racconto della cacciata di Adamo ed Eva)

Bene.

Questo NON è il senso del brano del peccato originale (o, per dirla con gli studiati, non è l’«intentio operis», ossia il significato del testo in riferimento al proprio sistema di significazione e alla propria coerenza testuale).

Cosa significa allora il brano?

Proviamo a raccapezzarci.

Ma facciamo prima un passo indietro.

2 • Come te lo immagini Dio?

Domanda delle domande: tu come te lo immagini Dio?

Molte persone (*) hanno un’idea di Dio terribile.

(*) (cristiani, agnostici, atei… un po’ tutti!)

Immaginano che Dio sia simile a come lo descrive il serpente…

Cioè qualcuno da cui bisogna stare in guardia…

Un padrone severo…

Un egoista…

dio cattivo

Proviamo a fare tabula rasa rispetto a tutte queste immagini.

Nella lettera ai Romani, Paolo di Tarso scrive queste righe:

Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio.
(Rm 3,23)

Il fatto che «tutti àbbiano peccato» ci può stare… dai… se ognuno di noi si guarda allo specchio con un minimo di onestà, riconosce di non essere proprio un santo

…ma che significa che tutti «sono privi della gloria di Dio?»

Cos’è la gloria di Dio?

Effetti pirotecnici?

Fuochi d’artificio?

Il cielo che si apre, e gli angeli che fanno la òla?

La parola «gloria», in ebraico, si dice «kavôd» (כָּבוֹד); questo termine – oltre ad avere a che fare con l’onore, il rispetto, la stima, la dignità – contiene in sé l’idea di «peso».

La gloria di Dio è «il suo peso».

Essere «privo della gloria di Dio» vuol dire «essere privo del suo peso»… ovvero: «non sapere di che pasta è fatto», «non conoscerlo veramente».

Come scriveva padre Rupnik:

Il peccato ha oscurato l’immagine di Dio nell’uomo. L’uomo accoglie l’immagine di un Dio geloso di sé e delle sue cose, di un Dio non donatore, suo supremo rivale. Anzi, Dio è per lui l’impedimento alla propria realizzazione. L’uomo si trova così lontano da Dio, in una sorta di fuga davanti a Lui, isolato e rivolto a sé stesso, convinto di dover fare da solo.

(MARKO IVAN RUPNIK, Gli si gettò al collo : lectio divina sulla parabola del padre misericordioso, Lipa, Roma 1997, p.10)

Il peccato originale è la deformazione dell’immagine di Dio nel cuore dell’uomo.

Pensare male di Dio.

Pensare che Dio non sia buono, che non mi ami.

Dopo il peccato, c’è nell’uomo la convinzione che Dio non voglia il bene dell’uomo. La convinzione cioè che il bene che l’uomo si prefigge, cioè il bene che questi comprende per sé come tale, non coincida con quello che Dio vuole per lui.

(MARKO IVAN RUPNIK, Dire l’uomo – Volume 1: Persona, cultura della Pasqua, Lipa, Roma 2011, p.175)

Il serpente fa credere ad Adamo ed Eva che Dio sia capriccioso, edonista, piccolo-borghese

…come Zeus nei miti greci.

E dato che questa immagine di Dio fa (giustamente) rodere il culo, il passo successivo di questo raggionamento è pensare che Dio sia una fregnaccia inventata dagli uomini.

Pensare che la realtà non abbia senso.

Chi è privo della «gloria di Dio» (cioè «chi è privo suo peso», «chi non lo conosce») è un orfano nei confronti dell’esistenza.

Chi è privo della «gloria di Dio», prima o poi (in modo più o meno esplicito) si schianta a centottanta all’ora su una di queste domande:

  • «E se non colgo le occasioni che la vita mi offre?»
  • «E se non ce la faccio?»
  • «E se sono debole?»
  • «E se le ferite che mi porto dietro sono troppo dolorose?»
  • «E se non riesco ad accettare i miei limiti?»
  • «E se non riesco ad “accettarmi così come sono”?»
  • «E se neanche la psicoterapia mi è di aiuto?»

Oggi molte persone vivono così.

Pensando che in Dio «non ci sia gloria», cioè «non ci sia peso», cioè «che Dio sia qualcosa di inconsistente».

E questo ragionamento non lo fanno solo i non credenti; anche tanti cristiani (o sedicenti tali) vivono in questo modo: pensano al futuro con angoscia, al passato con rammarico, e vivono senza fidarsi di Dio.

Senza sapere qual è il «peso» di Dio, la sua verità.

Qual è dunque la gloria/peso di Dio?

Nel Vangelo di Giovanni viene raccontata la risurrezione di Lazzaro.

Quando Lazzaro si ammala, le sue sorelle avvisano Gesù, sperando che venga a guarirlo (cfr. Gv 11,1-3). Gesù però risponde in questo modo:

«Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato».
(Gv 11,4)

Ad una lettura superficiale, potrebbe sembrare che Gesù stia dicendo: «La sua malattia è per la gloria di Dio, perché tra poco Lazzaro morirà, voi tutti sarete tristi, arriverò io con i miei super-poteri, lo risusciterò, e voi vedrete la mia gloria!».

Ma non è così!

Allora che significano le parole di Gesù?

In che senso la malattia di Lazzaro è «per la gloria di Dio»?

Poche righe dopo che Gesù risuscita Lazzaro, il Vangelo dice:

Da quel giorno dunque [i capi dei sacerdoti e i farisei] decisero di ucciderlo.
(Gv 11,53)

Il percorso logico NON è:

  • malattia di Lazzaro → miracolo di Gesù → gloria di Dio

…ma…

  • malattia di Lazzaro → miracolo → incazzatura dei giudei → condanna a morte di Gesù → gloria di Dio

Mmm…

*palla di sterpaglie che rotola nel deserto*

«Aspè… aspè… Sale, nun sto a capi’! Che stai a fa? Un indovinello?»

Bôni tutti.

Adesso arriviamo al punto.

Faccio un altro esempio.

C’è un altro brano, sempre del Vangelo di Giovanni, dove si parla di questa misteriosa gloria di Dio (cioè «di che pasta è fatto Dio»).

Durante l’ultima cena, dopo che Giuda esce fuori dal luogo in cui stavano cenando (per tradire il maestro e consegnarlo alle guardie), Gesù dice ai suoi discepoli:

«Ora il figlio dell’uomo è stato glorificato».
(Gv 13,31)

…cioè, parafrasando: «ora che Giuda è uscito per andare a chiamare le guardie perché mi crocifiggano, scoprirete la mia gloria/peso… cioè quanto vi amo!»

La gloria di Dio è la pienezza del suo amore in croce (cfr. MARKO IVAN RUPNIK, Alla mensa di Betania : la fede, la tomba e l’amicizia, Lipa, Roma 2004, p.60).

Dio non è meschino.

Dio non è egoista.

Dio non è l’antagonista della felicità umana.

Dio è uno che si fa inchiodare mani e piedi ad un palo, per amore dell’uomo.

E nonostante le bestemmie, gli schiaffi, le torture, la crocifissione… Dio continua a fare quello che ha sempre fatto.

Amare l’uomo. Gratuitamente.

(Doveroso post-scriptum: in questo paragrafo ho copiato a mani basse parafrasato una cosa che ha detto don Fabio Rosini in una catechesi di qualche anno fa)

3 • La conoscenza salva?

Passiamo a vedere qual è il significato dell’albero da cui Adamo ed Eva mangiano il frutto proibito.

Nel secondo capitolo di Genesi, questa pianta misteriosa è definita come «l’albero della conoscenza del bene e del male» (Gen 2,9.17).

Nella cultura pop, l’albero rappresenterebbe il mezzo per «emanciparsi» da Dio; per ribellarsi alla Sua sottomissione.

L’albero sarebbe il simbolo del «sapere aude!», dell’«abbi il coraggio di conoscere!»

adamo ed eva serpente albero conoscenza

Per tutti questi motivi, la maggior parte delle persone che conosco – credenti o meno – sotto sotto fanno il tifo per il serpente.

Per la serie:

  • «Secondo me il serpente ha ragione!»
  • «Ma scusa: non è meglio conoscere che essere ignoranti?»
  • «Dobbiamo assaggiare il frutto per poter giudicare sulle scelte della nostra vita!»
  • «L’unico modo per conoscere se una cosa è buona o cattiva è sperimentarla!»

…proviamo a fare un po’ di debunking, partendo dall’ultima frase.

Probabilmente è vero che nessuno conosce il dramma della tossicodipendenza come un tossicodipendente… ma è necessario entrare in questo circolo vizioso per intuire il pericolo che c’è dietro?

È necessario essere un malato terminale per riconoscere che è una condizione tragica?

E (viceversa) un medico che non ha avuto una malattia è un medico meno bravo a curarla?

Si potrebbero fare altri esempî, ma penso che ci siamo capiti…

…insomma: se è vero che «fare un’esperienza» può aggiungere qualcosa a livello conoscitivo, non è detto che l’aggiunta sia sempre e comunque desiderabile.

Oh, intendiamoci: non sto dicendo che l’ignoranza sia meglio della conoscenza!

Sto dicendo che Adamo ed Eva, ricercando la conoscenza fine a sé stessa, perdono qualcosa di molto più prezioso: la fiducia in Dio.

Non si fidano più di Dio.

Non sono più certi che Dio voglia loro bene incondizionatamente.

Ingannati dal serpente, credono che «acquisire la conoscenza del bene e del male» li renderà automaticamente migliori…

…mentre invece non è così:

Il serpente dice che mangiare dell’albero porterebbe a una crescita della conoscenza (Gen 3,4) e alla donna sembra che sia così (Gen 3,6).
Ma il punto non è se il frutto è davvero in grado o meno di produrre un tale effetto.
La cosa determinante è che si sta dando per scontato – ecco il pregiudizio – che la conoscenza occupi praticamente il primo posto fra le cose desiderabili.
E questo è semplicemente falso: la conoscenza in quanto tale non è garanzia di una vita riuscita.
In altre parole, la conoscenza non salva.

(CARLOS JÓDAR ESTRELLA, Conoscere bene e male – Gen 3 e il discernimento vocazionale, Rogate, Roma 2018, p. 14-15)

Ripeto: l’ignoranza non è meglio della conoscenza!

Il problema è quando la conoscenza occupa il primo posto nel mio cuore…

…è un abbaglio: la conoscenza non può saziare il cuore dell’uomo.

Lo ricordava anche papa Francesco qualche anno fa:

Grazie a Dio, lungo la storia della Chiesa è risultato molto chiaro che ciò che misura la perfezione delle persone è il loro grado di carità, non la quantità di dati e conoscenze che possono accumulare.

(PAPA FRANCESCO, esortazione apostolica Gaudete et Exsultate, n.37)

Ascoltando il serpente, Adamo ed Eva finiscono per credere che Dio sia geloso, che Dio sia il loro antagonista, che Dio non desideri il loro bene… che Dio non sia un Padre buono.

L’esito di questo sguardo su Dio, è un atteggiamento spaventato nei confronti della vita, un atteggiamento ansiato nei confronti del futuro, degli imprevisti, dei rapporti con gli altri… un eterno stare sulla difensiva nei confronti dell’esistenza.

Ingannati dal serpente, Adamo ed Eva scambiano l’amore di un Padre che dice a un figlio: «Non mettete il dito nella presa della corrente!» per invidia.

Gregorio di Nazianzo (329-390), vescovo e teologo greco antico, descriveva così l’albero:

Quest’albero era quello della conoscenza.
Non per la perdizione dell’uomo Dio in origine lo aveva piantato, e non per gelosia gli aveva proibito di avvicinarsi – che i nemici di Dio non intromettano qui la loro lingua, che non imitino il serpente -, ma per bontà, se si interpreta correttamente codesta proibizione.
Era infatti quello, a mio avviso, l’albero della contemplazione, che soli potevano penetrare senza danno coloro la cui preparazione spirituale aveva raggiunto una sufficiente perfezione.
Quell’albero non poteva essere altro che nefasto per le anime troppo rozze, dotate di un troppo brutale appetito.
Nello stesso modo un cibo troppo solido è nocivo ai bambini piccoli che hanno ancora bisogno del latte.

(GREGORIO DI NAZIANZO, Discorso 45 sulla Pasqua, 8, PG 36, 850)

4 • Il peccato: liberarsi dalla sottomissione di Dio (?)

E veniamo quindi al peccato.

Stando all’immaginario collettivo, Adamo ed Eva disobbedendo a Dio «si sono liberati dal giogo della sua sottomissione».

Mangiando il frutto proibito e acquisendo la conoscenza, «sono diventati fautori del proprio destino».

Sono diventati «padroni di decidere ciò che è bene e ciò che è male».

Detto così sembra fantastico: «decidere ciò che è bene e ciò che è male»

…però c’è un piccolo problema…

peccato originale conoscenza del bene e del male

Quanto più l’uomo si allontana da Dio, tanto più è infastidito dai proprî limiti e dai limiti che la realtà gli pone.

Non li può vedere.

Cerca di nasconderli sotto al tappeto.

Quanto più l’uomo vorrebbe essere «autonomo» (cioè «legge a sé stesso»: da αὐτός, autos = «sé stesso» e νόμος, nomos = «legge»), tanto più si rende conto di non esserne in grado.

Si vergogna della sua “nudità”.

Si copre con foglie di fico (come Adamo ed Eva in Gen 3,7).

Vuole nascondere le sue vergogne.

Vuole mettere in piedi una “cultura” in cui la parola «peccato» non faccia parte del vocabolario…

…ma come faceva notare Giovanni Paolo II, queste “strategie di sopravvivenza” sono fallimentari:

Il peccato infatti appartiene all’uomo e alla sua storia: si cercherebbe invano di ignorarlo o di dare a questa realtà oscura altri nomi, altre interpretazioni, come è avvenuto sulla scia dell’illuminismo e del secolarismo.
[…]
Il peccato tanto più pesa sull’uomo come una realtà oscura e nefasta quanto meno viene conosciuto e riconosciuto, quanto meno viene identificato nella sua essenza di rifiuto e opposizione di fronte a Dio.

(GIOVANNI PAOLO II, da un udienza generale di mercoledì 3 settembre 1986)

Come ho già detto più volte nel blog, il raccondo della creazione è un testo simbolico.

Testo che però, attraverso simboli, racconta una verità: la rottura del rapporto tra l’uomo e Dio; il rapporto fondante, quello sul quale si regge o crolla tutto.

Ciò che nel racconto è detto di Adamo ed Eva, in realtà riguarda tutti gli uomini.

Tu sei Eva.

Io sono Adamo.

E chi è Eva?

Chi è Adamo?

Chi è Adamo?
È colui che, tradendo il progetto originario del Signore, si fa sedurre dalla pretesa di essere come Dio (Gen 3,4), è colui che si fa ingannare da un immaginario discorso che, in nome della dignità e dell’autonomia della persona, nega la differenza radicale tra il Creatore e la creatura.
Adamo è l’essere che non vuole essere originato, è il figlio che rifiuta il padre che lo ha fatto; Adamo è colui che commette l’ingiustizia originaria che consiste nel rifiutare l’Origine della vita, e si condanna così alla polvere della morte (Gen 3,19).

(PIETRO BOVATI, Vie della giustizia secondo la Bibbia : sistema giudiziario e procedure per la riconciliazione, EDB, Bologna 2014, p.27)

E questa condizione che ogni uomo eredita dalla nascita è una ferita profonda nel suo cuore.

L’inclinazione al male è una cosa seria.

Drammatica.

Non dipende dall’educazione, dall’epoca storica, dalla longitudine o dalla latitudine…

…e non viene via con un colpo di spugna (sia esso un’educazione «migliore», un sistema di leggi «più giuste» o un metodo pedagogico «all’avanguardia»):

Per arrivare ad una vera liberazione, occorrerebbe eliminare le conseguenze devastanti del peccato.
Solo una liberazione radicale, che tocchi la dimensione ontologica dell’uomo, può promuovere una liberazione reale e duratura a livello globale.
Solo la liberazione dalla falsa immagine di Dio può portare a quella relazione fondante che stringe l’uomo al Signore della vita fino a far sì che gli si affidi completamente e trapianti il proprio epicentro da sé stesso a lui.
Solo allora l’uomo non temerà più per sé stesso, non sarà più attaccato a sé e spaventato per la propria vita.

(MARKO IVAN RUPNIK, Dire l’uomo – Volume 1: Persona, cultura della Pasqua, Lipa, Roma 2011, p.277)

5 • Gli effetti del peccato originale

In un suo racconto del 1843, il celebre scrittore statunitense Edgar Allan Poe (1809-1849) scriveva queste righe:

Chi non si è trovato centinaia di volte a compiere un’azione vile o stupida, per nessuna altra ragione di quella che non doveva farlo? Non abbiamo forse una perpetua inclinazione a violare, a dispetto dei nostri migliori intendimenti, quella che è la Legge, soltanto perché comprendiamo che di questa si tratta?

(EDGAR ALLAN POE, Tutti i racconti, le poesie e «Gordon Pym», Newton Compton, Roma 2016, versione Kindle, racconto «Il gatto nero», 2%)

leggi per rendere uomo buono

Qualche secolo prima di Poe, Paolo di Tarso scriveva queste righe in una sua lettera:

Non riesco a capire ciò che faccio: infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto.
[…]
Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene: in me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio.
[…]
Infatti nel mio intimo acconsento alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che combatte contro la legge della mia ragione e mi rende schiavo della legge del peccato, che è nelle mie membra.
Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte?

(Rom 7,15.18-19.22-24)

(In una paginetta di qualche anno fa citavo altri autori – credenti e non – che si sono accorti di questa alienazione scritta nel cuore dell’uomo… per chi fosse incuriosito, lo rimando lì)

Il racconto del peccato originale descrive in modo simbolico, ma vero, un evento drammatico.

La perdita della fiducia in Dio da parte di Adamo ed Eva lascia una ferita nei loro cuori.

Una ferita talmente grande da sconvolgere la loro natura, inclinandola al male (non a caso, la Chiesa parla di una «natura decaduta», che tutti gli uomini ereditano da Adamo ed Eva; cfr. II Concilio di Orange 529 e di Trento 1545-1563)

Da quel momento in poi, l’uomo vuole essere il centro del mondo.

I suoi criterî diventano l’egoismo e l’auto-affermazione.

Dopo il peccato, l’uomo cerca di succhiare vita da tutto ciò che lo circonda:

Nel peccato di Adamo, l’uomo, invece di rimanere orientato al suo Creatore, al suo Prototipo, si orienta all’albero, cioè ad un oggetto, e da lui aspetta di diventare come Dio.
[…]
L’uomo orientato alle sostanze, desiderando essere lui l’origine e il centro della loro totale gestione, tradisce la sua verità.

(MARKO IVAN RUPNIK, Gli si gettò al collo : lectio divina sulla parabola del padre misericordioso, Lipa, Roma 1997, p.23-24)

Anche le relazioni diventano spersonalizzate.

Vissute in modo egoistico.

Narcisistico.

Goloso.

Oggettivante.

Il peccato ha illuso l’uomo promettendogli che, se si preoccuperà di sé stesso e se si gestirà secondo la propria volontà, vivrà, si affermerà.
Ma questo inganno del tentatore è diventato il cimitero dell’umanità.
L’uomo ferito dal peccato, sanguinante per le relazioni troncate a causa della solitudine imposta dalla volontà propria, cerca di salvarsi facendo di sé l’epicentro della relazionalità.
Ma si tratta di una relazionalità possessiva, che cerca di rassicurarsi ammucchiando tante relazioni strumentalizzate, insieme a tante cose e oggetti utili e piacevoli accumulati per garantirsi la vita.

(MARKO IVAN RUPNIK, L’esame di coscienza : per vivere da redenti, Lipa, Roma 2002, p.49-50)

Allontanandosi da Dio, l’uomo va inconsapevolmente incontro ad una fregatura: non c’è nulla infatti che gli possa garantire la vita.

Nessun oggetto.

Nessun ruolo.

Nessun riflettore addosso.

Nessun «due cuori e una capanna».

Nella nostra parte di mondo (quella borghese, intontita dalle mille distrazioni che il capitalismo ci offre) siamo molto bravi a di-vertirci, cioè «volgerci altrove»

…però prima o poi i nodi vengono sempre al pettine:

Qualsiasi realtà l’uomo metterà al posto di Dio è qualcosa che si esaurisce, dunque che in sé stessa contiene una minaccia, perché prima o poi lascerà l’uomo da solo.
[…]
L’uomo del dopo-peccato originale fa una continua esperienza dell’inganno.
Continuamente possiede le cose e continuamente in esse viene sepolto.
Eppure continua a desiderare e a pensare che un giorno le cose gli comunicheranno la divinità, lo renderanno simile a Dio. L’uomo pecca continuamente rifacendo il gesto del primo uomo.
[…]
È come se ancora oggi Eva riprovasse a cogliere il frutto, sperando che sia la volta buona. Come se dopo il frutto causa di tanto male, Eva volesse dire: ecco, non era il frutto giusto, proviamone un altro.
Ivanov dice che l’uomo pecca perché ancora oggi sente la promessa di essere come dèi sussurrata al suo orecchio.

(MARKO IVAN RUPNIK, Dire l’uomo – Volume 1: Persona, cultura della Pasqua, Lipa, Roma 2011, p.238)

Conclusione

«Mado’, Sale, la pagina di oggi è angosciante…»

Sì, è vero.

La condizione dell’uomo che si è allontanato da Dio È angosciante.

L’uomo non si salva da solo.

Ha bisogno di Dio che lo tiri fuori dal fango in cui si è cacciato (proprio per questo, nella scorsa paginetta del blog ho parlato del battesimo).

Non ci sono alternative.

E niente.

Chiudo con le parole di Louis Évely (1910-1985), sacerdote e scrittore belga:

L’intera storia dell’umanità è stata fuorviata, ha subìto una frattura per colpa della falsa idea di Dio che Adamo si è fatta. Egli ha voluto divenire uguale a Dio. Spero che non abbiate mai visto in questo il peccato di Adamo… Non l’aveva forse invitato a questo Dio stesso?
Solo che Adamo si è ingannato quanto al modello.
Pensò che Dio fosse un essere indipendente, autonomo, autosufficiente; e per diventare come lui, si è ribellato, commettendo una disobbedienza.
Ma allorché Dio si rivelò, allorché Dio volle mostrare chi veramente era, si manifestò come amore, tenerezza, effusione di sé stesso, infinito compiacersi in un altro. Simpatia, dipendenza. Dio si mostrò obbediente, obbediente sino alla morte.
Credendo di diventare Dio, Adamo si allontanò totalmente da lui. Si ritrasse nella solitudine, mentre Dio era comunione.

(LOUIS EVELY, Manifest der Liebe. Das Vaterunser, Freiburg 1961, p. 26 [trad. it., Padre nostro. Alle sorgenti della nostra fraternità. Riflessioni, Ancora, Milano 1969])

sale

(Estate 2022)

Fonti/approfondimenti