In che consiste la gioia cristiana?

1 • Quantità vs qualità

Chi bazzica questo blog, sa del mio rapporto travagliato con l’oratorio che frequentavo quando ero piccolo.

gioia oratorio

Ora.

Io non dico che tutti gli oratorî facciano schifo.

Dico solo che taaaaaanti (troppi) oratorî non portano frutti.

Disclaimer: quando parlo dei «frutti», non mi riferisco alla quantità di ragazzini che frequentano l’oratorio.
Sono stato in oratorî con centinaia di ragazzini, ed erano tra i posti più aridi che io abbia mai visitato.
Posti super-affollati da cui sarei voluto fuggire via a gambe levate.
Oratorî che mi facevano salire l’ateismo cronoico.
No, quando parlo dei «frutti» non parlo del «numero di ragazzini».

2 • Frutti insipidi

In un passaggio della lettera ai Galati, Paolo di Tarso fa un elenco dei «frutti dello Spirito» (cfr. Gal 5,22).

In quell’elenco, Paolo NON include l’entusiasmo.

NON include l’esuberanza.

NON include l’euforia.

gioia gesu piange

Il monaco benedettino Adalberto Piovano (classe ’54) una decina di anni fa ha scritto queste righe:

Paradossalmente la tristezza può anche usare la stessa gioia per illudere o per nascondere il suo veleno mortale.
Quante volte si incontrano persone che trasmettono una gioia violenta, squilibrata, piena di rancore e tristezza.
Questa gioia, se così si può chiamare, è nient’altro che una maschera del buio e dell’inquietudine che abita il cuore; è una gioia nevrotica che si trasforma in ribellione e attacco all’altro (sarcasmo).
Altre volte questa gioia diventa solo una patina superficiale, una reazione emozionale legata a situazioni positive immediate; essa appare come una fuga desiderata da quello spiritus tristitiae che di fatto attanaglia il cuore.
In ogni caso, una gioia di questo tipo non conduce da nessuna parte; non essendo abitata dalla vita (e dallo Spirito della vita), non apre porte alla vita, ma fa continuamente ripiombare in uno stato di morte interiore.

(ADALBERTO PIOVANO, Tristezza, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2012, p.88)

Qualcuno forse dirà: «Dai, Sale! Ora non fare il pesantone! Ma scusa… preferiresti una Chiesa piena di dinosauri avviliti, che pensano che sorridere sia un peccato mortale?»

No.

Percaritaddiddio.

Non sto dicendo questo.

Non polarizziamo il discorso… e non tiriamo in ballo un argomento fantoccio.

Se la falsa allegria fa cadere le braccia, figuriamoci la tristezza.

A tal proposito, vi cito uno scambio di battute di un celebre romanzo (*) di Flannery O’Connor (1925-1964), scrittrice cattolica statunitense.

(*) (il romanzo, a onor del vero, è molto noioso… però il pezzo qui sotto mi ha strappato un sorriso).

I due che parlano sono:

  • Francis Marion Tarwater: un giovane di quattordici anni che vive con il prozio;
  • il prozio Mason: un fanatico religioso, che vive come un eremita nei boschi.

Il prozio è la quintessenza dell’integralismo religioso: frigido, triste, malinconico, monomaniacale… insomma, non è esattamente il ritratto della gioia cristiana (per usare un eufemismo):

«Gesù è il pane della vita», diceva il vecchio.
Il ragazzo, sconcertato, puntava lo sguardo altrove, in lontananza, oltre il limite blu scuro degli alberi dove il mondo si nascondeva, in pace.
Nella parte più cupa e più intima della sua anima, appesa a testa in giù come un pipistrello addormentato, riposava la certezza inconfutabile che il pane della vita non lo ingolosiva.
Quindi il roveto è andato a fuoco, il sole si è fermato, i leoni si sono ammansiti solo perché Mosè, Giosuè e Daniele potessero profetizzare l’avvento del pane della vita? Di Gesù?
Si sentì tremendamente deluso da quella conclusione, dalla paura che fosse vera.
Il vecchio diceva che dopo la sua morte si sarebbe precipitato sulle rive del lago di Tiberiade per mangiare i pani e i pesci che il Signore aveva moltiplicato.
«Per l’eternità?», chiedeva il ragazzo, inorridito.
«Per l’eternità», diceva il vecchio.

(FLANNERY O’CONNOR, Il cielo è dei violenti, Minimum fax, Roma 2020, versione Kindle, 13%)

Entusiasmo, portami via…

3 • Un altro tipo di gioia

In che consiste la gioia cristiana?

Che qualità ha?

gioia euforia

In un’udienza generale di qualche mese fa, papa Francesco ha pronunciato queste parole:

Possiamo chiederci: siamo capaci noi di custodire il tenore di questo rapporto di Gesù con i discepoli, secondo quel suo stile così aperto, così franco, così diretto, così umanamente reale?
Com’è il nostro rapporto con Gesù?
È così, come quello degli apostoli con Lui?
Non siamo, invece, molto spesso tentati di chiudere la testimonianza del Vangelo nel bozzolo di una rivelazione “zuccherosa”, alla quale aggiungere la nostra venerazione di circostanza? Questo atteggiamento, che sembra rispetto, in realtà ci allontana dal vero Gesù, e diventa persino occasione per un cammino di fede molto astratto, molto autoreferenziale, molto mondano, che non è la strada di Gesù.
Gesù è il Verbo di Dio fatto uomo, e Lui si comporta come uomo, Lui ci parla come uomo, Dio-uomo.
Con questa tenerezza, con questa amicizia, con questa vicinanza.
Gesù non è come quell’immagine zuccherosa delle immaginette, no […].

(PAPA FRANCESCO, udienza generale, mercoledi 22 giugno 2022)

La gioia cristiana non ha nulla a che vedere con l’euforia.

Non consiste nell’essere petalosi.

Non è qualcosa di cringe, sulla falsa riga dei Valleluja di Zelig.

La gioia cristiana, paradossalmente, è qualcosa di drammaticamente serio.

Nel 1942, il teologo luterano Dietrich Bonhoeffer (1906-1945) scriveva queste righe:

Esiste una gioia che ignora del tutto il dolore, l’angoscia e la paura del cuore umano; essa non ha nessuna consistenza, può solo anestetizzare per pochi attimi.
La gioia di Dio, invece, è passata attraverso la povertà della mangiatoia e l’angoscia della croce, per questo è invincibile, irresistibile.
Non nega la miseria là dove c’è la miseria; ma proprio lì, al cuore di essa, trova Dio.
Non contesta la gravità del peccato, ma è proprio così che trova il perdono.
Essa guarda la morte in faccia, ma proprio lì trova la vita.
Ecco, di questa gioia si tratta, ed è una gioia vittoriosa.
Solo di essa ci si può fidare, solo essa aiuta e risana.

(DIETRICH BONHOEFFER, Lettera dell’Avvento 1942)

Don Fabio Rosini commentava così alcune sue esperienze di evangelizzazione all’estero:

Quando ero in Africa ho visto una gratitudine molto profonda in gente non aveva niente di niente.
Quando ho annunciato il Vangelo in Svezia, ho visto gente che aveva tutto ed era disperata.
Bisogna imparare a guardare tutto dalla parte giusta.
Ai piedi del Signore.

(FABIO ROSINI, L’arte di guarire: l’emorroissa e il sentiero della vita sana, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2020, versione Kindle, 71%)

4 • «Essere contenti» vs «essere felici»

Se chiedessimo alle prime cento persone che incontriamo: «Cosa vuoi dalla vita?»… probabilmente otterremmo risposte del tipo:

  • «Essere felice!»
  • «Essere contento!»
  • (e, parola più parola meno, altre varianti sul tema)

Per buona parte della mia vita, io ho usato le parole «felice» e «contento» come se fossero due sinonimi.

In realtà però – etimologia alla mano – il significato di queste due parole è quasi l’opposto.

  • «Contento» deriva dal latino contentus (part. pass. di continēre ‘contenere’) e significa «qualcuno che si (ac)contenta».
  • «Felice» deriva dal latino felix -īcis (che ha la stessa radice di fecundus) e significa «fecondo», pienamente soddisfatto nei proprî desiderî, sereno, non turbato.

Non so voi, ma io non voglio essere «contento».

Io voglio essere «felice».

E come si fa ad essere felici?

Bella domanda…

Io non sono (ancora?) una persona felice.

Però sono una persona che cerca la felicità (direi quasi «morbosamente»).

Ora…

…forse ciò che sto per dire sarà un po’ banale, maaa…

…nel cercare la felicità, ho notato che alcune azioni avevano un ruolo strumentale (esempio: «non voglio studiare; MA se voglio fare il lavoro dei miei sogni, devo essere preparato; QUINDI mi tocca studiare»; in questo caso, lo studio non è un fine, ma un mezzo)…

…altre mi soddisfacevano in modo più profondo…

gioia ornstein smough dark souls

Non so voi, ma a me più di una volta è capitato che le mie aspirazioni non siano state appagate: passato «quel momento» di pienezza, tornavo ad essere inquieto…

Tornavo a desiderare cose diverse…

Tornavo a desiderare le stesse cose, ma in modo più intenso…

Insomma, il buco nero dei desiderî non era mai sazio…

Come se non bastasse, molte delle cose che desideravo e che desidero sono in conflitto tra loro:

  • il tempo dedicato alla lettura di un libro è tempo sottratto a disegnare fumetti (e viceversa);
  • il tempo dedicato al lavoro dei miei sogni è tempo sottratto al riposo (e viceversa);
  • il tempo dedicato agli amici è tempo sottratto alla fidanzata (e viceversa);
  • etc.

Come ho scritto sopra, il criterio per la scelta in tutti questi bivî (almeno per me) è la felicità…

…il problema però è che per scegliere correttamente (e dunque per trovare un equilibrio tra le cose a cui siamo chiamati), bisognerebbe sapere qual è il contributo che ognuno di questi aspetti – lavoro, salute, amore, amici, famiglia, etc. – dà al raggiungimento della mia felicità.

Purtroppo non c’è una formula matematica…

…però, se la felicità varia da persona a persona, il modo per NON raggiungerla è uguale per tutti:

  • non assegnare le giuste priorità ai varî ambiti della vita;
  • vivere una vita che non sazia;
  • amare qualcosa che non vale in eterno.

E sapete qual è la cosa buffa?

È Dio che ci ha creati così: lo slancio che abbiamo nel cuore – e che ci fa degli eterni insoddisfatti dal «già visto» – si riposerà solo nel mare della grazia.

(GIUSEPPE FORLAI, Vestirsi di luce : introduzione pratica alla vita nello Spirito, Paoline, Milano 2018, p.32)

Che significa «riposare nel mare di grazia»?

Cos’è? Una supercazzola spiritualoide?

No.

Anzi.

La Bibbia, quando parla di queste cose, è drammaticamente concreta; basti pensare che la parola «felice/felicità» compare 71 volte, tra Antico e Nuovo Testamento.

E anche negli insegnamenti della Chiesa – dagli autori dei primi secoli fino ai nostri giorni – la felicità è un chiodo fisso.

Scrive padre Marko Ivan Rupnik:

I Padri ci dicono che le persone soddisfatte non sono felici, e con ciò indicano che soddisfazione non è un sinonimo di felicità.
La soddisfazione appartiene al mondo dell’individuo ed è da lui causata.
Sono i desideri e i sogni realizzati.
Pensati, desiderati e realizzati.
La felicità invece fa parte del mistero.
È una sorpresa.
Non la possiamo progettare, ma viene attraverso l’incontro.
E, nell’incontro, io non posso gestire e programmare tutto, perché l’altro è libero.

(MARKO IVAN RUPNIK, Il cammino della vocazione cristiana : di risurrezione in risurrezione, Lipa, Roma 2007, p.66-67)

Che vuol dire che la felicità «fa parte del mistero»?

Vuol dire che – se dipendesse da me – io sarei portato a progettarmi una vita piccolo-borghese, costruendomi un recinto di false sicurezze: una bella casetta, una bella tv, un abbonamento ad una piattaforma di streaming video, una vacanzetta ogni tanto, qualche buon amico (ma non troppo invadente, che i rompicoglioni non stanno simpatici a nessuno), etc.

In sintesi, sarei portato ad «essere contento». Cioè ad (ac)contentarmi. A pianificare. A tenere tutto sotto controllo.

Dio, invece, è un gran sabotatore di piani.

È uno che mette i bastoni tra le ruote.

È uno che rompe le palle.

In tutta la storia del popolo ebraico e in tutta la storia della Chiesa, quando Dio si fa vivo, è molesto. Invita le persone…

  • …a uscire fuori da sé;
  • …a guardarsi intorno;
  • …a desiderare cose più grandi;
  • …a desiderare un amore più grande;
  • …a dare la via.

Ora.

Non so voi, ma a me l’idea di «dare la vita» mi terrorizza già solo a sentirla nominare…

…e infatti, io non ho ancora incontrato UNA persona che sia «contenta» nel dare la vita.

Non si può essere «contenti» nel dare la vita.

Però si può essere «felici» nel dare la vita:

Il senso della vita è la felicità pasquale, che diventa gioia solo alla Pentecoste, quando si è ubrichi del vino nuovo che è lo Spirito Santo, che ci fa vivere la mèta, l’esito del sacrificio che abbiamo passato.
Si può soffrire, ma essere felici.
Questo è solo dello Spirito
(*).
Mentre trovare la soddisfazione nella propria sofferenza è indice di una patologia.

(MARKO IVAN RUPNIK, Il cammino della vocazione cristiana : di risurrezione in risurrezione, Lipa, Roma 2007, p.68)

(*) (Che vuol dire: «È solo dello Spirito»? Senza attaccare altre pippe, per chi fosse interessato vi rimando alla paginetta del blog in cui spiegavo che significa «spirituale» e a quella in cui parlavo della preghiera)

5 • La «Sua» gioia

Lo scorso inverno, ho riletto le Confessioni di Agostino d’Ippona (354-430), a distanza di dieci anni dalla prima lettura.

Premesso che non so n-u-l-l-a di Agostino.

Ma veramente nulla.

Una delle cose che ho sempre apprezzato di Agostino è la sua profonda inquietudine.

Le Confessioni sono a tratti un po’ cervellotiche…

…e ogni tanto c’è il rischio di perdersi un po’ per strada…

…ma ci sono alcuni passaggi che mentre li leggevo pensavo: «I CAN FEEL YOU, BRO!»

…tipo questo, in cui Agostino racconta un episodio avvenuto a Milano – poco prima della sua conversione:

Quanto fossi misero e in qual modo avessi la misura della mia miseria potei sperimentarlo un certo giorno in cui mi accingevo a recitare il panegirico in lode dell’imperatore, ammasso di menzogne in gran parte […]: mentre il mio animo era tutto in trepidazione e la mia mente ribolliva della febbre di pensieri malsani, passando per una strada di Milano mi imbattei in un povero mendicante, già alticcio, credo, che, pieno d’allegria, faceva lazzi buffoneschi.
Ebbi un sospiro e cominciai a discorrere con gli amici che erano meco dei molti dispiaceri derivanti dalle nostre follie.
Con tutto quel nostro arrovellarci – ed io ne ero allora travagliato e, sotto il pungolo di smodati desideri, trascinavo il peso sempre più grave della mia infelicità -, non vorremmo altro se non raggiungere la gioia spensierata a cui quello straccione ci ha preceduti e che noi, forse, non raggiungeremo mai.
Con pochi soldarelli elemosinati egli si era procurato quello di cui io andavo in cerca lungo giri e rigiri tormentosi: la soddisfazione, cioè, di una passeggera felicità.
Non che la sua fosse vera gioia: ma quella che io cercavo con tutte le mie ambizioni era anche più falsa.
Egli almeno era contento, io pieno di ansietà; egli senza preoccupazioni, io in continua agitazione.
[…] la mia dottrina non mi dava gioia, ma solo il mezzo di riuscire più gradito agli altri, e non per ammaestrarli; solo per riuscir gradito.

(AGOSTINO D’IPPONA, Le confessioni, Libro sesto, capitolo VI, BUR, Milano 2012, versione Kindle, 27%)

sant agostino

Il testo che citavo sopra prosegue così:

In qual modo, dunque, si cerca la felicità?
Io non l’avrò raggiunta se non quando potrò dire: «Basta: è là!».
Bisogna quindi ch’io mi domandi come cercarla: […] Non è proprio la felicità che tutti vogliono, che nessuno, nessuno non vuole?
Come l’hanno conosciuta per desiderarla tanto?
Dove l’hanno vista per amarla tanto?
[…] al suo raggiungimento mirano greci e latini e gli uomini di qualsiasi linguaggio.
Essa è dunque conosciuta da tutti, e tutti, se si potessero interrogare con un termine comune se vogliono essere felici, tutti risponderebbero affermativamente senza ombra di esitazione.
Ciò non potrebbe accadere se la cosa significata da quella parola non fosse conservata nella memoria.

(AGOSTINO D’IPPONA, Le confessioni, Libro decimo, capitolo XX, BUR, Milano 2012, versione Kindle, 51%)

Agostino non cerca un contentino da quattro soldi…

Non gli basta la vita piccolo borghese sulla quale era instradato…

Gli sta stretto «fare after» con gli amici…

…ma cos’è che può saziare questo vuoto?

~

Una preghiera colletta (quella che si recita a Messa prima delle letture) termina in questo modo:

[…] perché tra le vicende del mondo
là siano fissi i nostri cuori dove è la vera gioia.
(dalla colletta del venerdì della XXI settimana del tempo ordinario, anno pari)

Che significa?

«Là siano fissi i nostri cuori»«LÀ» dove?

Dov’è la «vera» gioia?

Qual è la «vera» gioia?

Gesù lo dice in modo chiaro e tondo:

Ma ora io vengo a te e dico questo mentre sono nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia.
(Gv 17,13)

Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
(Gv 15,11)

La vera gioia è la «sua».

Quella che dà «Lui».

Quella che da solo non mi so dare, con tutti i miei escamotage e progettini da quattro soldi…

Quella di cui Agostino dice:

[…] la vera felicità consiste nella gioia che si cerca in Te, di Te, per Te: questa sola e non altre.
Chi pensa che esista un’altra forma di felicità, corre dietro ad altra gioia, ma non a quella vera […].

(AGOSTINO D’IPPONA, Le confessioni, Libro decimo, capitolo XXII, BUR, Milano 2012, versione Kindle, 52%)

La vera gioia è inconfondbile.

Inequivocabile.

Lampante.

Indubitabile.

Solo per qualcosa che gli ha potuto veramente riempire il cuore, Agostino ha scritto queste parole:

Tardi ti ho amato, o bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato!
Ecco, Tu eri dentro me, io stavo al di fuori: e qui ti cercavo, e deforme quale ero, mi buttavo su queste cose belle che Tu hai creato.
Tu eri meco, ed io non ero teco, tenuto lontano da Te proprio da quelle creature che non esisterebbero se non fossero in Te.
Mi chiamasti, gridasti, e vincesti la mia sordità; folgorasti il tuo splendore e mettesti in fuga la mia cecità; esalasti il tuo profumo, lo aspirai ed anelo a Te; ti degustai, ed ora ho fame e sete; mi toccasti, ed ora brucio di desiderio per la tua pace.

(AGOSTINO D’IPPONA, Le confessioni, Libro decimo, capitolo XXVII, BUR, Milano 2012, versione Kindle, 52-53%)

Conclusione

Fabrice Hadjadj è un filosofo francese (classe ’71), di origine ebraica tunisina.

Dopo essere stato ateo (e anarchico) per buona parte della sua vita, nel ’98 si è convertito al cattolicesimo.

Nel 2011 ha scritto un dramma di poco meno di 100 pagine (*), nel quale racconta la storia di Giobbe, come se fosse avvenuta ai giorni nostri.

(*) (le 100 pagine, poi, sono scritte in versi, quindi si legge veramente in un’ora e spicci)

La mini pièce teatrale si conclude con un monologo finale di Giobbe.

Giobbe è nel dolore, nella sofferenza e nel non-senso…

…e rivolge queste parole «alla Gioia», come se fossero una preghiera.

Pistola alla tempia, credo che quelle righe siano il testo più bello che io abbia letto in vita mia:

O Gioia, tu sai bene che se soffro tanto,
È a causa tua,
Perché non ti ho rinnegata
.
O Gioia, tu sai bene che se grido così forte,
È a causa tua,
Perché sento ancora la tua chiamata.
E tu sai bene, o Gioia, che se mi rivolto davanti all’orrore,
È a causa tua,
Perché non ho dimenticato il tuo sorriso.
Senza la tua vicinanza, il male mi sembrerebbe normale e la morte non sarebbe amara.
Ma tu, la tua assenza mi accompagna ovunque,
sei qui,
Tu, il cui silenzio si eleva sopra le loro voci, sei qui,
Sposa bruscamente rapita ai miei occhi ma dipinta sotto le mie palpebre,
Piccola figlia scomparsa, e ogni cosa diviene il velo che la ricorda e che la nasconde!
O Gioia, mio pungolo forante, mia passione gelosa, mia amante che sgozza tutte le mie soddisfazioni come altrettante concubine false e degradanti,
È necessario che tu non sia in me perché io mi accorga di essere un recipiente interamente svuotato dal tuo straripamento?
È necessario che tu non sia in me come in un barile perché io mi tuffi in te come nel mare immenso?
È necessario che tu non ti rinchiuda in me come in una tana perché io parta alla tua ricerca come verso un Regno?
Io non ti ho, ma tu mi circondi stringendomi.
Tu che mi sfuggi, sei proprio tu che mi conduci verso l’altro,
Tu che mi ferisci, sei proprio tu la sola che potrebbe guarirmi,
E siccome sto in agguato, pronto ad accoglierti, attento al minimo refolo che annunci la tua venuta,
Tu m’impedisci di chiudermi nella mia corazza
E la mia testa è questa conchiglia fratturata
E la mia lingua è questa lumaca grottesca,
Che lascia con le sue parole più bava che sapere,
E tu non vieni a ridurre la frattura, no, tu l’ingrandisci, tu l’allarghi ancora perché vi entri il mondo.
[…]
O Gioia, mi hai difeso contro una felicità d’acqua stagnante in un flacone d’avorio
E mi esponi a questa apertura come un fiume che si riempie per donarsi…
E forse non sei la gioia di Giobbe per meglio essere quella di Giobbe con tutti,
E può darsi che tu non sia solamente la Gioia dei felici per diventare anche la Gioia degli abbattuti e degli ottusi, Gioia dei falliti e dei pesanti, Gioia dei disperati e dei guastafeste,
Qui e ora,
In piedi, sull’orlo del precipizio, ancora
In questo momento di oscillazione spaventosa,
In questa enorme nausea sull’altalena del terrore,
O Gioia,
Ti attendo
.

(FABRICE HADJADJ, Giobbe o la tortura degli amici, Marietti, Bologna 2011, p.87-89)

sale

(Estate 2022)

Fonti/approfondimenti

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