Gesù ha abolito i 10 Comandamenti?

I 10 Comandamenti sono ancora validi?

O forse Gesù li ha aboliti, quando ci ha dato il comandamento dell’Amore (Mt 22, 37-40)?

Sant’Agostino non diceva forse: «ama e fa ciò che vuoi» (Ep. Jo. 7, 8)?

E San Paolo non scriveva che: «la Legge non ha portato nulla alla perfezione» (1Cor 15,56)?

Che senso hanno le regole?

Non basta volersi bene?

E se «basta volersi bene», perché a catechismo insegniamo ancora ai bambini i 10 Comandamenti?

10 comandamenti

1 • La legge è una cosa cattiva?

A noi uomini moderni l’idea di «legge» dà un po’ fastidio.

Questo disagio è dovuto principalmente al fatto che associamo alla legge due concetti alquanto antipatici:

  • l’obbligo: «si deve fare così!»;
  • la punizione: «…e se non fai così, ti becchi due sganassoni!»

Dunque anche quando parliamo di legge di Dio (volenti o nolenti) rimane una mezza sensazione di prurito di sedere, perché immaginiamo che Dio:

  • …ci voglia obbligare a comportarci come dice Lui;
  • …e ci punisca se sbagliamo.

Tant’è che noi a parole diciamo che «Dio è amore», ma invece spesso Lo immaginiamo come un mastino napoletano… o come un controllore dell’autobus…

dio severo

2 • Abbasso la legge! Viva l’am(m)ore!

Insomma, dato che:

  • al sessantottino uomo moderno stanno antipatiche le leggi…
  • e se associamo «le leggi» a Dio, corriamo il rischio di far passare anche Dio «dalla parte dei cattivi»

…in tempi non sospetti, molti catechisti hanno iniziato a sostenere che «la Legge ormai è una cosa sorpassata», una cosa «da Antico Testamento», che non vale più per noi cristiani. A noi cristiani non servono «tutte quelle regole»… ci basta predicare l’am(m)ore di Gesù:

w l amore

Questa trovata però fa un po’ acqua… tanto per dire: se fosse così, perché nei libri di catechismo troviamo ancora la spiegazione dei 10 Comandamenti? Non sono stati aboliti?

…senza contare che l’Antico Testamento – per noi cristiani – è ancora parola di Dio…

parola di dio

Insomma, come ne usciamo?

Perché le regole?

Perché i 10 Comandamenti?

3 • I 10 Comandamenti: questi sconosciuti!

I 10 Comandamenti erano molto importanti per Israele… non a caso, nella Bibbia sono riportati ben due volte:

  • al capitolo 20 del libro dell’Esodo (quando Dio li consegna a Mosè per la prima volta);
  • al capitolo 5 del libro del Deuteronomio (in cui Mosè fa un ripassone davanti al popolo, ricordando l’alleanza stipulata con Dio).

Quando si pensa ai 10 Comandamenti, spesso saltano alla mente «sinonimi» come:

  • regole;
  • divieti;
  • imposizioni calate dall’alto;
  • obblighi.

In realtà però, il contesto entro cui nascono «le dieci parole» (sì, sarebbe più corretto chiamarle in questo modo) non è quello di una proibizione o di una censura, ma di un’alleanza.

Mi spiego meglio, facendo luce su un particolare, spesso travisato.

Nella Bibbia, quando si parla dei 10 Comandamenti, questi ultimi vengono spesso chiamati «tavole della Legge». Questo perché, stando al racconto dell’Esodo, Dio chiese esplicitamente a Mosè di scrivere le sue leggi su due tavole di pietra (Es 24,12; Es 31,18; Es 32,15; etc.)…

tavole della legge

Il fatto che le tavole fossero due non significa che i comandamenti siano stati divisi in due parti (mica non entravano in una sola tavola!)… ma che le dieci parole sono state redatte in due copie.

Che significa?

Questa procedura era molto comune a quei tempi, quando veniva stipulato un contratto (presso gli Assiri la pratica era chiamata «tuppu dannatu»): una delle due copie rimaneva al contraente, l’altra invece veniva archiviata nel palazzo o nel tempio.

Il contesto dei 10 Comandamenti è quello di un’alleanza bilaterale: non riguardano solo il popolo; anche Dio è chiamato in causa dal «contratto», e si impegna a rimanere fedele alle promesse di bene che ha fatto ad Abramo, Isacco, Giacobbe e agli altri Patriarchi di Israele.

Tant’è che il motivo per cui gli israeliti scelgono di «seguire le leggi di Dio» non è il timore di essere puniti, o un moralismo fine a sé stesso, o «perché così ha ordinato YHWH»

Il vero motivo è scritto nel libro del Deuteronomio:

Quando in avvenire tuo figlio ti domanderà: «Che cosa significano queste istruzioni, queste leggi e queste norme che il Signore, nostro Dio, vi ha dato?», tu risponderai a tuo figlio: «Eravamo schiavi del faraone in Egitto e il Signore ci fece uscire dall’Egitto con mano potente. Il Signore operò sotto i nostri occhi segni e prodigi grandi e terribili contro l’Egitto, contro il faraone e contro tutta la sua casa. Ci fece uscire di là per condurci nella terra che aveva giurato ai nostri padri di darci. Allora il Signore ci ordinò di mettere in pratica tutte queste leggi, temendo il Signore, nostro Dio, così da essere sempre felici ed essere conservati in vita, come appunto siamo oggi.

(Dt 6,20-24)

Il motivo per cui conviene fidarsi di Dio, seguire le Sue leggi e rimanere fedeli alla Sua alleanza è (da quasi 3000 anni a questa parte) la felicità.

4 • Gesù e «le regole»

Nelle “liste di proscrizione” che dividono il mondo tra «bacchettoni» ed «hippy sessantottini», Gesù è sempre stato inserito tra i secondi…

buoni e cattivi

Nel famoso discorso della montagna (che alle persone piace tanto, perché si parla di «beatitudini», di essere «luce del mondo», di «porgere l’altra guancia», di «amare i nemici»), a un certo punto Gesù afferma:

«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto»

(Mt 5,17-18)

Commentando questo passo, un giorno don Luigi Maria Epicoco (sacerdote e teologo italiano, classe 1980) ha scritto:

Credo che faccia bene a tutti imparare a memoria questo passo del Vangelo. Va sempre un po’ di moda pensare che Gesù sia una sorta di scorciatoia della morale e delle regole. L’adagio è questo: «Che fa se trasgredisci le regole, l’importante è che ci si voglia bene!» Questo buonismo da quattro soldi è incenerito dall’affermazione di Gesù del Vangelo di oggi. Il cristianesimo non è un modo per farsi una morale fai da te, ma un modo per vivere in pienezza ciò che potrebbe diventare solo un bieco legalismo anch’esso da quattro soldi.

Per capirne il senso permettetemi di usare un esempio culinario: la morale nella cucina coincide con gli ingredienti dosati al punto giusto, con i tempi di cottura, con le aggiunte di spezie e così via. Tutte queste regole fanno si che il piatto risulti riuscito e buono. Potremmo dire che Gesù aggiunge i consigli di un cuoco esperto ma non serve avere buoni consigli senza innanzitutto seguire la semplice ricetta. Attenzione quindi a pensare che il cristianesimo vero è la liberazione di ogni morale, perché scopo della morale è la buona riuscita di una vita, la sua felicità non la sua limitazione.

Fatta questa precisazione però va subito aggiunto che non basta la perfezione della ricetta a rendere un piatto buono, perché poi ci vuole l’arte del cucinare, il coinvolgimento personale di chi ha le mani in pasta, la capacità di saper improvvisare, aggiustare, aggiungere, correggere. La vita reale è sempre una provocazione a ciò che ci è stato insegnato. Ciò non significa che ogni situazione esige una sua morale di riferimento, ma che ogni situazione ci invita ad applicare sempre meglio, e in maniera sempre nuova e creativa la stessa ricetta. Non una morale nuova, ma un modo sempre nuovo di vivere la stessa morale.

(DON LUIGI MARIA EPICOCO, da un post su facebook del 16 febbraio 2020)

carbonara creativa

5 • La Chiesa e «le regole»

Paolo di Tarso quando parlava ai Galati dell’importanza della Legge (in una lettera scritta tra il 54 e il 57) si è servito di un’altra analogia:

«Ma prima che venisse la fede, noi eravamo custoditi e rinchiusi sotto la Legge, in attesa della fede che doveva essere rivelata. Così la Legge è stata per noi un pedagogo, fino a Cristo, perché fossimo giustificati per la fede. Sopraggiunta la fede, non siamo più sotto un pedagogo.

(Gal 3,23-25)

La legge è come un pedagogo (cioè un educatore, un istruttore, un precettore): aiuta a formare una coscienza retta, indica la strada da percorrere, tiene per mano…

Detta in altri termini: la legge è come le rotelle della bicicletta.

Paolo spiega ai Galati che l’esito del percorso di crescita consiste – sì – nel «togliere le rotelle»

…ma perché una persona possa pedalare, in libertà, incontro a Cristo e vivere della Sua Carità (di cui abbiamo parlato a suo tempo)…

…non per dare una sgrugnata a terra (cioè peccare)!

rotelle della bicicletta

Facendo eco alle parole dell’Apostolo, Giovanni Paolo II scriveva così, in un enciclica del 1993:

L’amore e la vita secondo il Vangelo non possono essere pensati prima di tutto nella forma del precetto, perché ciò che essi domandano va al di là delle forze dell’uomo: essi sono possibili solo come frutto di un dono di Dio, che risana e guarisce e trasforma il cuore dell’uomo per mezzo della sua grazia: «Perché la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo» (Gv 1,17). Per questo la promessa della vita eterna è legata al dono della grazia, e il dono dello Spirito che abbiamo ricevuto è già «caparra della nostra eredità» (Ef 1,14).

(GIOVANNI PAOLO II, Lett. enc. Veritatis Splendor, 23)

Conclusione

Chiudo con una frase di Gilbert Keith Chesterton (scrittore e giornalista britannico) che un secolo fa aveva intuito quello che sarebbe potuto accadere, nella società, se le leggi si fossero staccate dalla tensione verso la felicità, limitandosi ad essere dei “divieti” o delle “censure”.

Così scriveva nel 1905:

Un grande crollo silenzioso, un enorme e tacito disappunto colpisce oggigiorno la nostra civiltà settentrionale. Tutte le epoche passate hanno patito molto e sono state crocifisse nel tentativo di realizzare la vera vita giusta, il vero uomo buono. Una certa parte del mondo moderno è giunta indubbiamente alla conclusione che non vi è risposta a queste domande, che il massimo che possiamo fare è affiggere qualche cartello nei posti più pericolosi per ammonire, ad esempio, gli uomini di non bere fino alla morte o di non ignorare l’esistenza stessa dei loro vicini.

(GILBERT KEITH CHESTERTON, Eretici, Lindau, Torino, 2010, p. 24)

Se la legge rimane svincolata dall’amore, quello descritto da Chesterton credo che sia – ahimé – l’unico esito possibile…

sale

(Estate 2020)

Fonti/approfondimenti