Cos’è la realtà? (pillole di gnoseologia)

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1 • Una domanda stupida?

Che senso ha la domanda nel titolo?

Come sarebbe a dire «cos’è la realtà»?

Cioè…

Verrebbe da rispondere col famoso aneddoto: un uomo va da un maestro zen e, per stuzzicarlo, gli chiede: «Senza parole e senza silenzio… sai dirmi che cos’è la realtà?»

cos e la realta maestro zen

Insomma… non è una domanda tautologica?

O forse, è una di quelle domande di cui crediamo di sapere la risposta finché qualcuno non ci interroga… tipo:

  • Che cos’è il tempo?
  • Che cos’è la giustizia?
  • Che cos’è l’amore?
  • Che cos’è la felicità?

Per la serie: «Sì, lo so cos’è… ma non te lo so spiegare!»

2 • La gnoseologia

Da che mondo è mondo, gli uomini si sono sempre posti domande tipo:

  • Ciò che percepisco con i cinque sensi è reale?
  • E se mi stessi ingannando?
  • Come faccio ad essere sicuro che i miei sensi non mi ingannino?
  • Si può conoscere veramente qualcosa?

La gnoseologia è quella branca della filosofia che si interroga sulla capacità dell’uomo di poter conoscere.

Detto in modo ancora più semplice, se prendiamo in considerazione…

  • una persona (a.k.a. il conoscente)
  • un oggetto (a.k.a. il conosciuto)

…la gnoseologia si chiede quali sono le possibilità e i limiti entro cui una persona possa conoscere qualcosa.

~

Viene da sé che una delle domande a cui tenta di rispondere la gnoseologia è proprio quella nel titolo di questa pagina: «cos’è la realtà?».

Ovviamente, ci sono varî modi per rispondere a questa domanda.

La risposta più semplice è quella tautologica:

«La realtà è ciò che c’è»

(sulla falsa riga dell’aforisma che riassume il pensiero di Parmenide: «L’essere è e non può non essere, il non essere non è e non può essere»; cfr. il frammento DK 28 B2)

Questa risposta, però, non convince tutti.

Oh, intendiamoci: ad essere corretta, è corretta.

Però – soprattutto nel contesto culturale in cui viviamo – espone il fianco ad una serie di obiezioni.

percezione della realta

Alcune di queste obiezioni potranno sembrare buffe…

…però non si può negare che ormai sono entrate nella cultura pop.

…e dunque sono entrate nel modo di pensare di molte persone.

D’altronde, questo modo di osservare la realtà ha preso una rincorsa di qualche secolo:

  • Tommaso d’Aquino nel XIII secolo avrebbe detto che «un uovo è un uovo».
  • Nel XVI secolo Cartesio si chiedeva se l’uovo non fosse piuttosto un’illusione della sua mente.
  • Un idealista tedesco del XIX secolo avrebbe detto che «un uovo è una gallina, perché esso fa parte dell’infinito processo del Divenire» (GILBERT KEITH CHESTERTON, San Tommaso d’Aquino, Fede & Cultura, Verona 2015, p.87).
  • Un attivista woke dei nostri giorni si potrebbe interrogare su quale pronome utilizzare quando parliamo di un uovo: he/him, she/her, ze/zim? (nel dubbio, all’attivista farei vedere questo mini-sketch dello stand-up comedian statunitense Tom Segura).

Insomma, possiamo chiederci con il giovane professor Ratzinger (all’epoca poco più che quarantenne):

Non dobbiamo forse chiederci accuratamente che cosa veramente sia ‘il reale’?
È solo il constatato e constatabile, oppure l’azione stessa del constatare non è invece solo una maniera ben determinata di comportarsi di fronte alla realtà, una modalità quindi che non è assolutamente in grado di comprendere il tutto, e che può persino condurre alla falsificazione della verità e dell’essenza stessa dell’uomo, qualora la assumiamo come l’unica decisiva?

(JOSEPH RATZINGER, Introduzione al cristianesimo, Queriniana, Brescia 2005, p.50)

3 • Lo scetticismo

Wikipedia alla mano, lo scetticismo è quella corrente filosofica che «nega la possibilità di raggiungere, con la conoscenza, la verità in senso assoluto».

scetticismo cartesio

Lo scetticismo ha avuto varie espressioni lungo la storia della filosofia…

…riducendo all’osso la questione però, ogni forma di scetticismo non è altro che una variante dello scetticismo greco (tra i principali filosofi greci ci sono: Pirrone di Elide (365-275 a.C.), che sosteneva che la sospensione di giudizio su ogni cosa avrebbe portato alla libertà dalle passioni… il che, secondo Aristotele, equivaleva a vivere come una pianta; Arcesilao (315-240 a.C.) e Carneade (214-129 a.C.), membri della Nuova Accademia, i quali sostenevano che non si può possedere la verità, ma soltanto congetturare ciò che è plausibile o verosimile; Enesidemo di Cnosso (80-10 a.C.), che tentò di riportare lo scetticismo all’impostazione di Pirrone; Sesto Empirico (160-210), che addirittura criticava il principio di causalità, sostenendo che la relazione tra causa ed effetto è un fenomeno soggettivo).

In super-sintesi, il pensiero degli scettici si può riassumere in tre punti:

  • Primo: i sensi ci possono ingannare. L’intelligenza ci può ingannare. Si possono fare ragionamenti sbagliati. Insomma, gli errori sono dietro l’angolo.
  • Secondo: nulla è certo, finché non è stato dimostrato.
  • Terzo: gli uomini hanno opinioni diverse, ma tutti credono di avere ragione… ergo, non possiamo sapere con certezza chi ha ragione, perché se dicessimo che «qualcuno ha ragione», questa non sarebbe altro che l’ennesima opinione, accante alle milioni di altre. In pratica, lo scetticismo spesso scivola nel relativismo, per il quale non esistono verità o menzogne, ma ognuno ha una sua versione dei fatti, che «per lui» è vera.

Lo scetticismo è molto pop.

Riscuote un grande consenso anche (o soprattutto?) tra le persone molto lontane dalla filosofia.

Essere scettici fa figo.

Essere critici fa figo.

Questo perché:

Nell’uso comune del linguaggio, la parola “critica” è attualmente contrassegnata da un indiscusso prestigio.
Criticare, infatti, appare sempre più un compito positivo e necessario.
D’altra parte, l’assenza di critica sembra, nel migliore dei casi, sintomo di immaturità e conformismo; e nel peggiore, manifestazione del più riprovevole modo di pensare: il dogmatismo.

(ALEJANDRO LLANO, Filosofia della conoscenza, EDUSC, Roma 2011, p.15)

Bene.

Si dà il caso che gli scettici si sbaglino.

Oh, intendiamoci.

Lo scetticismo nasce da una premessa buona… ovvero che non dobbiamo prendere per oro colato tutto ciò che percepiamo dal mondo esterno a noi.

All’interno dello scetticismo ci sono evidentemente idee buone…

…ma sono mescolate con tanti errori, imprecisioni e fallacie logiche.

Esiste un atteggiamento critico corretto

…ma esiste anche un atteggiamento critico deleterio:

Atteggiamento critico corretto significa buon criterio.
Non è invece fecondo, anzi è deleterio, l’atteggiamento critico che mira a mettere in crisi tutte le nostre conoscenze intorno alla realtà […].
[…]
La critica autentica tende a purificare la conoscenza affinché si adegui meglio all’essere.
La critica eccessiva, al contrario, ha la pretesa di giudicare l’essere a partire dal pensiero.

(ALEJANDRO LLANO, Filosofia della conoscenza, EDUSC, Roma 2011, p.17)

Nel nostro contesto culturale, molte persone accettano le tesi degli scettici semplicemente perché non sanno come contraddirle.

E quindi si fanno intortare, e prendono per oro colato i tre punti che ho scritto sopra… ovvero (copio e incollo per comodità):

  • «i sensi ci ingannano»
  • «nulla è certo, finché non è dimostrato»
  • «tutti credono di avere ragione, quindi l’unico atteggiamento sensato è il relativismo»

Per quanto riguarda il terzo punto dell’elenco, credo di averlo già confutato nel 2019, quando parlavamo di opinioni, verità, relativismo, etc..

Per quanto riguarda gli altri due punti…

…proviamo a vedere se c’è qualcosa che non torna.

4 • La conoscenza attraverso i cinque sensi

(obiezioni al primo punto dell’elenco che ho scritto sopra: «i sensi ci ingannano»)

Noi conosciamo il mondo esterno attraverso i cinque sensi (*):

  • vista
  • udito
  • tatto
  • olfatto
  • gusto

(*) (Per la precisione, i dati raccolti «dall’esterno» vengono poi elaborati da quelli che sono detti sensi interni, cioè da una serie di facoltà intellettuali… nonostante i cinque sensi «esterni» siano chiamati così in tutto il mondo, i sensi «interni» variano da autore ad autore; Aristotele diceva che i sensi interni sono la memoria, il senso comune, l’immaginazione e l’estimativa; Tommaso d’Aquino li divideva in senso comune, fantasia, immaginazione, memoria e cogitativa; altri parlano di immaginazione, pensiero, comprensione e memoria… insomma, non mi addentro nel marasma, sennò non ne usciamo)

È interessante notare che per ogni cultura l’ordine di importanza attribuito ai cinque sensi è diverso.

In base a quale impressione si dà la precedenza, gli psicologi distinguono i vari tipi di uomini.
Così, ad esempio, si nota che gli antichi greci sarebbero stati prevalentemente di “tipo visivo”.
Già Eraclito dichiarò che, per conoscere il vero, l’occhio è più sicuro dell’udito.
Il primo grande storico Erodoto doveva raccogliere delle notizie narrate. Ma, perché fossero affidabili, si mise in viaggio per vedere (theorías henekè) almeno i luoghi degli avvenimenti.
Al contrario, gli antichi ebrei sarebbero stati piuttosto di “tipo uditivo”: per istruirsi, ascoltavano volentieri i discorsi degli anziani e nella loro religione si attribuiva una particolare venerazione al Libro sacro che conteneva l’alleanza e non, come presso i greci, alle statue.

(TOMÁŠ ŠPIDLÍK, Una conoscenza integrale : la via del simbolo, Lipa, Roma 2010, p.28)

lanzichenecchi

Purtroppo, i cinque sensi hanno un problema: si possono sbagliare!

Di qualsiasi tipo sia, la conoscenza dei sensi suscita dubbi, soprattutto per due motivi: ha insito il pericolo dell’illusione e una insuperabile limitatezza.
Quante volte, infatti, ci sembra di vedere qualche oggetto preciso che già nei momenti successivi al primo sguardo si rivela tutt’altro!
E, anche se ciò che vediamo è esatto, i suoi orizzonti sono assai ristretti.

(TOMÁŠ ŠPIDLÍK, Una conoscenza integrale : la via del simbolo, Lipa, Roma 2010, p.28)

Come fanno allora gli uomini a correggere la propria conoscenza, che per colpa di questi limiti potrebbe essere imperfetta?

È semplice: si confrontano.

Il miglior “metodo correttivo” per aggirare la limitatezza dei cinque sensi è quello di paragonare la propria percezione con quella degli altri.

Questo metodo si applica tanto in àmbito scientifico, quanto nella vita di tutti i giorni… e infatti lo seguono tutti: gli scienziati del CERN di Ginevra, i fruttivendoli del mercato di Montagnola, le colf, gli insegnanti, gli youtubers, i materassai, etc.

Quando si parla della possibilità che i nostri sensi ci possano ingannare, dimentichiamo spesso un fatto:

In una persona normale è la percezione adeguata ad essere abituale, mentre l’errore sensoriale è l’eccezione.

(ALEJANDRO LLANO, Filosofia della conoscenza, EDUSC, Roma 2011, p.98)

Normalmente i nostri sensi funzionano.

Vediamo bene.

Sentiamo bene.

Udiamo bene.

Poi, per ogni situazione più complessa, in cui due teste sono meglio di una, in cui quattro occhi sono meglio di due, si fa sempre in tempo a confrontarsi e correggere il tiro.

Gli scettici che hanno costantemente «paura di ingannarsi» mi fanno pensare a qualcuno che – dovendo attraversare un prato – è a tal punto spaventato dalla possibilità di acciaccare una cacca da non riuscire a muovere un passo.

Ovvero, per dirla con Étienne Gilson (1884-1978), filosofo e storico della filosofia francese:

Vi sono errori visivi; ma questo prova, innanzitutto, che non tutte le nostre percezioni visive sono illusorie.
Quando uno sogna non si sente diverso da quando è sveglio, ma quando è sveglio sa di trovarsi in una situazione totalmente diversa da quando sogna; egli sa, anche, che non si possono avere le cosiddette allucinazioni senza avere avuto prima delle sensazioni, come sa che non potrebbe sognare nulla senza essere stato prima sveglio […].
Il motivo per cui queste illusioni sono tanto inquietanti per gli idealisti è che essi non sanno come provare che si tratti di illusioni; ma ciò non deve inquietare il realista, per il quale soltanto esse sono veramente illusioni.

(ÉTIENNE GILSON, Le réalisme méthodique, P. Téqui, Parigi 1936, p.96)

O, per dirla in modo più semplice, Chesterton (1874-1936) scriveva che:

Sono al lavoro due agenti: la realtà e il riconoscimento della realtà e il loro incontro è un matrimonio perché è fertile, produce risultati pratici precisamente perché è la combinazione di una mente avventurosa e un fatto strano.

(GILBERT KEITH CHESTERTON, San Tommaso d’Aquino, Fede & Cultura, Verona 2015, p.14)

5 • La catena di dubbi infinita

Prima scrivevo che uno degli argomenti più usati dagli scettici è questo: «Nulla è certo, finché non è stato dimostrato» (se vi ricordate, era il secondo punto dell’elenco che ho scritto sopra).

Anche questa frase sembra sensata…

Sembra ragionevole…

Sembra vera…

…ma contiene una fallacia logica.

Infatti:

Ogni dimostrazione deve fondarsi sulla verità dei principi da cui parte, e questi principi devono essere dimostrati partendo da altre premesse.
[…] il che equivale a dire che non si può dimostrare nulla, dato che si parte dal nulla: infatti non vi è alcun criterio stabile cui appoggiarsi.
Se si cerca di svolgere delle dimostrazioni, si cade in un diallele o in un circulus vitiosus in probandi.

(ALEJANDRO LLANO, Filosofia della conoscenza, EDUSC, Roma 2011, p.85)

Sì, avete ragione: questa frase è poco chiara…

…proviamo a chiarire il concetto con un esempio: mi affaccio alla finestra, e vedo un albero di mele.

Inizio a dubitare che siano mele: in effetti sono un po’ lontano dall’albero… potrei sbagliarmi.

Forse sono arance?

Pian piano, il dubbio si sposta dal frutto (mele o arance?) ai miei sensi.

Forse i miei sensi mi stanno ingannando.

Anzi: forse i miei sensi non si stanno sbagliando solo in questo momento che sto guardando un oggetto lontano.

Forse si sbagliano sempre.

In fin dei conti, potrei avere un problema ai nervi ottici o un problema neurologico, senza esserne cosciente.

Inizio a dubitare della mia capacità di percepire la realtà tout court.

Forse siamo tutti collegati a Matrix senza saperlo?

E così via…

Questo è ciò che viene chiamato «circulus vitiosus in probandi», cioè un circolo vizioso di dimostrazioni con cui – risalendo la catena – si tenta di arrivare ad una “certezza originaria”… senza però trovarla, e finendo col dubitare di tutto.

Lo scetticismo ci rivela così il suo vero volto.
Specialmente nelle sue versioni moderne, esso non è, come potrebbe sembrare, un atteggiamento di modestia intellettuale, ma piuttosto la conseguenza della pretesa di dominare il sapere fin dalla sua radice, di costruire da noi stesso l’intero universo delle conoscenze certe.

(ALEJANDRO LLANO, Filosofia della conoscenza, EDUSC, Roma 2011, p.90)

Dato che però la catena di dubbî infiniti non può esistere, lo scetticismo cade in un paradosso:

La questione dello scetticismo totale riferito al pensiero umano, quindi, non si può porre.
Siamo sempre impossibilitati ad accettare lo scetticismo totale, in quanto può venire formulato solo facendo un’eccezione tacita in favore del pensiero che stiamo prendendo in considerazione in quel momento, proprio come quella persona che, dicendo al nuovo arrivato: «Non fidarti di nessuno in questo ufficio», dà per scontato che in quel momento ci si fidi di lei.

(CLIVE STAPLES LEWIS, Riflessioni cristiane, Gribaudi, Milano 1997, p.92)

Insomma, lungo la catena di dubbi infinita, ognuno (anche lo scettico più “integralista”) alla fine trova un punto in cui – arbitrariamente – sceglie di fidarsi di qualcosa:

  • o si fida dei propri sensi (livello “base”);
  • o si fida di un ragionamento fatto nella propria testa, a partire dal quale a poco a poco prende per “vera” anche la realtà a lui esterna (come Cartesio col «cogito ergo sum»)…
catena di dubbi infinita

Comunque…

In sintesi…

lo scetticismo è una “tentazione” della ragione (cfr. ALEJANDRO LLANO, Filosofia della conoscenza, EDUSC, Roma 2011, p.114) (*).

Sembra sensato.

Sembra un atteggiamento scientifico.

Sembra un modo di pensare rigoroso da un punto di vista speculativo.

Ma fa acqua.

(*) (Non voglio attaccare un pistolotto filosofico, quindi lascio qui in nota qualche altro pensiero un po’ più contorto: la stessa critica fatta allo scetticismo si può fare all’idealismo; per chi non se lo ricorda, Wikipedia alla mano, l’idealismo è quella corrente filosofica che «riconduce totalmente l’essere al pensiero, negando esistenza autonoma alla realtà, ritenuta il riflesso di un’attività interna al soggetto». Detto in modo ancor più semplice, se nel «realismo» è la realtà esterna a me che plasma il mio pensiero, nell’«idealismo» è il pensiero che pretende di plasmare la realtà esterna… senza però riuscirci. Insomma: «se si comincia col pensiero, non si arriva che ad esseri pensati, a oggetti immanenti al pensare: come è stato commentato con un’immagine, ad un gancio dipinto su di una parete non si può attaccare che una catena ugualmente dipinta. Il cerchio dell’immanenza non può venire infranto dall’interno: per conoscere l’essere reale bisogna abbandonare tale impostazione immanentistica»; ALEJANDRO LLANO, Filosofia della conoscenza, EDUSC, Roma 2011, p.129)

6 • Il senso comune

Non so se lo sapevate, ma ogni scienza si basa sui dei princìpi primi.

Questi princìpi sono una sorta di “mattoncini” a partire dai quali una scienza si sviluppa, e sui quali sono fondate tutte le sue conclusioni.

In quanto «primi», questi princìpi non sono dimostrabili: la loro verità non si può fondare su altri princìpi (altrimenti, come dicevo prima, si procederebbe all’infinito, perché se trovassimi dei princìpi «ancora-più-primi» sui quali definire quelli precedenti, sarebbero questi i princìpi primi; e se trovassimo altri principi «ancora-più-primi-di-quelli»… etc.).

Facciamo un esempio:

Nell’analisi matematica, il concetto di «insieme» è un concetto primitivo
…ovvero un concetto che, per la sua intuitività, non si può spiegare in modo più semplice; detto in altri termini, non esistono definizioni più generiche per descriverlo, se non il nome stesso con cui lo si chiama: «insieme».
Le leggi matematiche che descrivono gli insiemi sono dette assiomi; gli assiomi sono leggi matematiche evidenti di per sé, che non hanno bisogno di una dimostrazione.
L’insieme degli assiomi prende il nome di teoria degli insiemi.

Facciamo un esempio ancora più semplice per le persone allergiche alla matematica:

Pensate ad una parola…. una qualsiasi parola del vocabolario italiano.
Provate a darne una definizione.
Poi provate a definire le parole con cui l’avete definita.
Continuate a fare questo gioco, risalendo la catena all’indietro.
A un certo punto, vi accorgerete che arriverete a delle parole dal significato così intuitivo, che per provare a definirle dovrete usare delle perifrasi molto più complesse, fatte di parole che probabilmente avete già utilizzato lungo la catena.

lesi in testa

Insomma: per forza di cose, se risaliamo la catena all’indietro, scopriamo facilmente che ogni dimostrazione (in qualsiasi scienza) si basa su princìpi che:

  • non sono dimostrabili;
  • sono il fondamento della certezza di ciò che si dimostra a partire da essi.

Disclaimer: il fatto che i princìpi primi non siano dimostrabili, non significa che sono imperfetti… anzi, vale l’esatto contrario!

Proprio perché trasudano certezza, non hanno bisogno di una dimostrazione!

Senza contare che (come già dicevo quando ci interrogavamo sull’esistenza di Dio) la dimostrazione non è l’unico modo per capire se qualcosa è vero.

Infatti noi possiamo riconoscere la verità di qualcosa anche tramite l’evidenza.

Viceversa: se non ci fossero cose evidenti, non potrebbe esistere nessuna dimostrazione – matematica e non.

~

Bene, dopo tutte queste pippe, potremmo chiederci: esiste un “principio primo” nella gnoseologia? (cioè nella «teoria della conoscenza»).

Esiste, cioè, un principio non dimostrabile da cui partire, e su cui basare con certezza le nostre conoscenze?

Sì, esiste!

Si chiama «senso comune» (*).

(*) (da non confondere col «buonsenso»; il buonsenso è quello che ha tua nonna quando ti dice di mettere la canottiera…)

Con il termine «senso comune» (usato per la prima volta da Aristotele, che parlava di κοινὴ αἴσθησις, koinè àisthesis) si intende la capacità da parte dell’uomo di unificare i dati sensibili.

Detto in modo più semplice, il senso comune è quella capacità con cui l’uomo – per mezzo della ragione – riconosce immediatamente (cioè senza una catena di ragionamenti) alcune verità nell’ordine naturale.

Detto in modo ancora più semplice, il senso comune rende possibile il nostro pensare e il nostro agire.

E dunque, rende possibile la nostra percezione della realtà.

La totalità della realtà, infatti, non può essere percepita dalle scienze particolari; ogni scienza infatti, ha un suo preciso àmbito di interesse… ma solo quella “filosofia spontanea” che tutti esercitiamo col senso comune è in grando di farci cogliere la realtà nel suo insieme: nella sfera conoscitiva, in quella affettiva-volitiva, e in ogni sua altra sfaccettatura.

I princìpi di senso comune non sono dimostrabili (come gli assiomi della matematica)…

…ma, se li neghiamo, cadiamo in contraddizioni talmente grandi che perderemo la fiducia nella possibilità di conoscere qualsiasi cosa.

Premesso che non esiste una lista ufficiale dei princìpi di senso comune, un possibile elenco potrebbe includere questi punti:

  • Esiste «qualcosa» e non «il nulla»: sembrerà scontato a dirsi, ma quel cocainomane di Hegel, nella sua “Scienza della logica” affermava che l’Essere e il Nulla si equivalgono (Scienza della logica I, cap.1).
  • La realtà ha un’identità metafisica stabile… che diamine significa? Proviamo a pensare che sia vero il contrario: se gli «enti» non fossero stabili, noi percepiremo la realtà come una serie di “fotogrammi” senza senso, slegati tra loro e senza alcun nesso di dipendenza gli uni con gli altri. Ovvero, la realtà cambierebbe continuamente, in modo randomico.
  • (Questo punto è un ulteriore chiarimento del precedente) Esiste il principio di causalità: ovvero quel principio che indica la relazione tra due fenomeni, per il quale il primo fenomeno – detto «causa» – è il motivo per cui si verifica il secondo – detto «effetto».
  • Esiste il principio di non contraddizione: è il famoso principio per cui se è vero «A», è impossibile che sia vero il contrario di «A», allo stesso modo e allo stesso tempo; Aristotele ha detto che questo principio è il più sicuro e più noto di tutti, sul quale è impossibile cadere in errore (non torno su questo principio perché ne avevo già parlato quando dicevo che è impossibile che tutte le religioni siano vere).
  • La verità è il conformarsi della mente ad una realtà esterna oggettiva: ovvero, come dicevamo a suo tempo, ciò che ho in testa è vero se è conforme ad una realtà esterna alla mia capoccia (e falso se non lo è). Non esiste la «verità per me» o la «verità per te»… quella si chiama “opinione”, non “verità”.
  • L’uomo cerca il bene e fugge il male… o meglio: l’uomo cerca ciò che egli crede sia bene e fugge ciò che egli crede sia male.

Alcuni dei punti di questo elenco potranno sembrarvi ovvî… scontati… banali… (e infatti lo sono)…

…ma lungo la storia del pensiero dell’uomo, ci sono stati molti filosofi che (in modo più o meno esplicito) sono andati contro alcuni princìpi di senso comune: Cartesio (è stato il primo a cercare un criterio oggettivo di verità non all’esterno, ma all’interno della propria mente… e infatti ha aperto le porte al relativismo soggettivistico), Hegel (affermava che la realtà è determinata dal pensiero, e non il contrario), Locke (metteva in dubbio la capacità da parte degli uomini di poter cogliere nessi di causa-effetto nella realtà), e un sacco di altri scettici, idealisti, empiristi, etc.

Insomma.

A volte i filosofi iniziano a partire un po’ troppo per la tangente (talvolta, perdendo il contatto con la realtà)…

…ed è proprio in quei casi che mi vengono in mente le parole del premio Nobel per la medicina Alexis Carrel (1873-1944):

Poche osservazioni e molti ragionamenti conducono all’errore; molte osservazioni e pochi ragionamenti alla verità.

(ALEXIS CARREL, Riflessioni sulla condotta della vita, Cantagalli, Siena 2004, p.35)

Come diceva Abelardo Lobato (1925-2012), frate domenicano e sacerdote – che per anni ha insegnato Filosofia teoretica a Roma presso la Pontificia Università San Tommaso d´Aquino:

Una sola ape reale ha più peso ontologico che tutte le teorie sulle api e supera in bellezza la poesia di Virgilio che cantò come nell’alveare “fervet opus”.

(ABELARDO LOBATO, La antropologìa esencial de Santo Tomàs; citato in TOMÁS MELENDO, Un sapere a favore dell\’uomo. Introduzione alla filosofia, Edusc, Roma 2008, p.185)

Conclusione

Vorrei chiudere con due frasi molto belle.

Apparentemente, potrebbero sembrare contraddittorie…

…ma, a ben vedere, credo che siano due facce della stessa medaglia.

La prima frase è un famoso aforisma di Chesterton:

La grande marcia della distruzione mentale proseguirà.
Tutto verrà negato. Tutto diventerà un credo.
È un atteggiamento ragionevole negare l’esistenza delle pietre sulla strada; sarà un dogma religioso affermarla.
È una tesi razionale pensare di vivere tutti in un sogno; sarà un esempio di saggezza mistica affermare che siamo tutti svegli.
Accenderemo fuochi per testimoniare che due più due fa quattro.
Sguaineremo spade per dimostrare che le foglie sono verdi in estate.

(GILBERT KEITH CHESTERTON, Eretici, Lindau, Torino, 2010, p.243)

La seconda invece è tratta da uno dei romanzi più belli che io abbia letto in vita mia:

Degli eventi che seguirono non posso assolutamente dire se fossero ciò che gli uomini chiamano realtà, o ciò che gli uomini chiamano sogno. Personalmente, posso dire che l’unica differenza è che noi chiamiamo realtà ciò che vedono in molti, e sogno quello che vede uno soltanto. Ma certe cose che molti vedono possono non avere, di per sé, alcun sapore o rilevanza, e cose svelate solo a una persona possono essere germogli e trombe d’acqua di verità che sgorgano direttamente dal più profondo della verità.

(CLIVE STAPLES LEWIS, A viso scoperto : un mito rinarrato, Jaca book, Milano 2009, p.266-267)

sale

(Autunno 2022)

Fonti/approfondimenti
  • ALEJANDRO LLANO, Filosofia della conoscenza, EDUSC, Roma 2011
  • TOMÁS MELENDO, Un sapere a favore dell'uomo. Introduzione alla filosofia, Edusc, Roma 2008
  • GILBERT KEITH CHESTERTON, San Tommaso d'Aquino, Fede & Cultura, Verona 2015
  • THOMÁŠ ŠPIDLÍK, Una conoscenza integrale : la via del simbolo, Lipa, Roma 2010

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