Teologi buoni e teologi cazzari

1 • A che serve la teologia?

Una certa mentalità piccolo-borghese divide tutte le occupazioni umane in due macro-categorie:

  • le professioni utili: quelle che, quando dici a tuo padre che vuoi fare «quella-cosa-lì» all’università, lui ti sorride compiaciuto, e già pregusta un figlio medico, avvocato, ingegnere, etc.
  • le professioni inutili: quelle che, quando dici a tua madre che vuoi iscriverti all’accademia di belle arti, al conservatorio, alla scuola di fumetti, ti fa un sorriso compassionevole, ma in realtà il suo cuore si è appena spezzato all’idea che suo figlio farà il barbone e vivrà sotto a un ponte.
iscriversi a teologia

No, dai seriamente… nel terzo millennio, a che serve la teologia?

È più inutile di di Yamcha in Dragonball

È più inutile di uno spirito aspro su un rho…

…o per lo meno, questo è il sentire comune.

E la cosa buffa è che queste cose non le pensano solo i non credenti.

Tanti cristiani hanno perplessità sulla teologia:

  • «Per seguire Gesù non basta comportarsi bene?»
  • «Non si rischia di sostituire la Bibbia con ragionamenti umani?»
  • «Non c’è il pericolo di razionalizzare il mistero?»
  • «Non sarebbe più prudente rimanere sul Vangelo, senza farci troppe pippe mentali?»

Questi dubbi in realtà non sono spuntati fuori l’altro ieri: Francesco d’Assisi (ca. 1181-1226), in una brevissima lettera indirizzata al confratello Antonio di Padova (1195-1231), scriveva queste righe:

A frate Antonio, mio vescovo, frate Francesco augura salute.
Ho piacere che tu insegni la sacra teologia ai frati, purché in questa occupazione, non estingua lo spirito dell’orazione e della devozione, come sta scritto nella Regola.

(FRANCESCO D’ASSISI, Lettera a Frate Antonio)

Anche Bonaventura da Bagnoregio (1221-1274), il più famoso teologo francescano, si è interrogato sull’utilità della teologia, sollevando alcune obiezioni…

…però poi è stato lui stesso a dire che…

…il problema non è la teologia, ma COME la si usa!
(Questo non è un virgolettato di Bonaventura, ma una mia infelice sintesi; per chi volesse approfondire, lo rimando a quanto disse Benedetto XVI nell’udienza generale del 17 marzo 2010)

Certamente un modo (sbagliato) di fare teologia può portare ad essere arroganti, a insuperbirsi, a mettersi al di sopra della parola di Dio…

Ma la vera teologia, il lavoro razionale della vera e della buona teologia ha un’altra origine, non la superbia della ragione.
Chi ama vuol conoscere sempre meglio e sempre più l’amato; la vera teologia non impegna la ragione e la sua ricerca motivata dalla superbia, “sed propter amorem eius cui assentit” – “ma è motivata dall’amore di Colui, al quale ha dato il suo consenso” (BONAVENTURA DA BAGNOREGIO, Proemium in librum primum sententiarum, quaestio 2), e vuol meglio conoscere l’amato: questa è l’intenzione fondamentale della teologia.
Per san Bonaventura è quindi determinante alla fine il primato dell’amore.

(BENEDETTO XVI, udienza generale del 17 marzo 2010)

La teologia, nonostante i suoi limiti, è una cosa buona.

Come ogni strumento, può essere usata bene o usata male.

Ma se è usata bene porta molto frutto.

2 • La teologia è troppo cervellotica?

In un’intervista che il famoso teologo Karl Rahner (1904-1984) ha rilasciato al giornalista Vittorio Messori alla fine degli anni ’80, a un certo punto c’è questo botta e risposta:

(VITTORIO MESSORI) Professor Rahner, tra noi laici, noi “profani”, circola spesso insofferenza verso voialtri teologi. Vi si accusa addirittura di essere gli eredi diretti di quegli scribi di cui Gesù non parlò certo con simpatia; vi si accusa di avere trasformato in scienza incomprensibile la Parola di Dio. A differenza di molti vostri libri, quei quattro libricini chiamati vangeli sono comprensibili a tutti.
(KARL RAHNER) Non sarò io a negarlo, ci sono delle buone ragioni per accuse del genere. C’è, è vero, una nostra malattia professionale; ma andiamoci piano nel gettare la croce sulla incomprensibilità degli specialisti. Una teologia professionale è necessaria, nella Chiesa. Del resto, ogni dimensione umana ha accanto a sé una disciplina sistematica, una “scienza” che, quando raggiunge certi gradi di approfondimento, non può essere accessibile a chiunque.

(Intervista tratta da VITTORIO MESSORI, Inchiesta sul cristianesimo: sei tu il Messia che deve venire?, Società editrice internazionale, Torino 1987, p.167-168)

Giustamente, Rahner fa notare che OGNI ambito umano ha alla base uno studio più strutturato, che solo ALCUNI specialisti approfondiscono.

Ad esempio:

  • puoi essere un ottimo genitore, anche se hai interrotto gli studî in terza media (come mia nonna)… ma questo non impedisce che alcune persone si specializzino in pedagogia, altre in scienza della formazione primaria, altre in psicologia pediatrica, etc.
  • puoi suonare uno strumento divinamente… ma questo non vieta che alcuni specialisti approfondiscano lo studio della teoria che sta alla base della musica classica (con i suoi cànoni, le sue regole, i suoi registri, una sua sintassi che definisce quando due suoni sono armonici tra loro e quando no, etc).

Tornando all’intervista, Messori rincara la dose e rivolge a Rahner un’obiezione un po’ più stronzetta:

(VITTORIO MESSORI) Hans Küng […] è arrivato a dire che quei teologi che non si sforzano di essere compresi dal maggior numero possibile di persone sono addirittura fuori del cristianesimo.
(KARL RAHNER) [a questo punto mostrò una certa durezza] L’accusa di Küng è una stupidaggine. La teologia è una scienza con le sue tecniche e il suo linguaggio. Pietro, nella sua seconda lettera, dice che negli scritti di Paolo ci sono “cose difficili da comprendere”; Giovanni, nel suo vangelo, è un teologo con espressioni e concetti non comprensibili immediatamente. Dobbiamo dire per questo che Paolo e Giovanni sono fuori del cristianesimo?

(Intervista tratta da VITTORIO MESSORI, Inchiesta sul cristianesimo: sei tu il Messia che deve venire?, Società editrice internazionale, Torino 1987, p.167-168)

vangelo di giovanni

Insomma, la teologia non è per tutti…

MA

…i suoi frutti arrivano a tutti!

Che poi, questa dinamica vale in ogni ambito umano:

  • la maggior parte delle persone vaccinate non sa nulla di biochimica… ma questo non impedisce loro di ottenere i benefici dei vaccini contro il morbillo, la parotite, la rosolia, etc.
  • la maggior parte degli abitanti di Roma non sa un tubo di meccanica classica, scienza delle costruzioni, fenomeni di trasporto… ma questo non impedisce loro di vivere in palazzi con più piani, riforniti di acqua corrente, riscaldati in inverno, etc.
  • e così via…

L’unica distinzione per la teologia riguarda l’oggetto di studio.

Dato che la materia della teologia è Dio, i teologi – ancor più che gli esperti negli altri àmbiti del sapere umano – devono essere consapevoli di star parlando di qualcosa (*) di più grande di loro.

(*) (anzi, Qualcuno)

Come scriveva il teologo francese Jean Daniélou (1905-1974):

È chiaro che in questo sforzo per comprendere il mistero di Dio la teologia è pur sempre l’opera di un’intelligenza umana.
Quest’intelligenza conosce realmente Dio nella manifestazione che egli fa di sé stesso, ma lo conosce con i suoi limiti. Per questo essa non è un razionalismo, perché non spiega il mistero di Dio in modo da renderlo totalmente intelligibile.
Riconosce il mistero come mistero, ma lo enunzia in formule esatte.
Così la teologia non spiega come è possibile che ci siano in Dio tre persone; questo resta un mistero insondabile in cui neppure gli angeli posono immergere lo sguardo. Ma essa afferma che ci sono in Dio tre persone, e in questo modo supera quel che la ragione può conoscere.

(JEAN DANIELOU, Dio e noi, Rizzoli, Milano 2009, versione Kindle, 72%)

3 • I teologi cazzari

Se è vero che lo studio della teologia non è per tutti è anche vero che non tutti i ragionamenti su Dio sono teologia.

In che senso?

Nel senso che c’è un tipo di intelligenza che mette in moto un pensiero teologico, ed una che invece lo ostacola.

*PALLA DI STERPAGLIE CHE ROTOLA NEL DESERTO*

Allora, facciamo un passo indietro.

Probabilmente avrete sentito parlare del fatto che ci sono diversi tipi di intelligenza (*): l’intelligenza logico-matematica, l’intelligenza verbale-linguistica, l’intelligenza musicale, l’intelligenza interpersonale, l’intelligenza spaziale-visiva, l’intelligenza emotiva, etc.

(*) (Uno dei tanti divulgatori ad aver parlato di questo è lo psicologo e docente statunitense Howard Gardner, classe ’43)

Tra le varie sfaccettature dell’intelligenza, potremmo dire che esiste anche un’intelligenza spirituale.

No, non è una supercazzola (per tutti i perplessi, vi rimando alla paginetta del blog in cui provavo a spiegare che significa «spirituale»).

«Intelligenza spirituale» significa:

  • cercare Dio a testa bassa, in modo umile;
  • chiedere a Lui di fare luce («alla tua luce vediamo la luce», Sal 36,10);
  • chiederGli che lo studio stesso diventi una preghiera a Lui gradita;
  • mettere lo studio al servizio di Dio «in sacrificio di soave odore» (Ef 5,2);
  • non fare i «battitori liberi», ma rimanere nel solco degli insegnamenti della Chiesa; ché è l’unico modo per essere «originali», nel vero senso della parola:

Essere originale non è fare l’eccentrico. È volgersi verso l’origine e vivere nel suo zampillio sorgivo.

(FABRICE HADJADJ, da un’intervista al Meeting di Rimini, 28 agosto 2010)

«Intelligenza spirituale» significa che la ragione, con l’aiuto dello Spirito Santo…

[…] accede a una forma rinnovata di intelligenza, a un pensiero inseparabile dalla pace e dall’amore e sostenuto dalla preghiera, perché ormai anche la preghiera continua durante l’esercizio del pensiero.

(MARKO IVAN RUPNIK, L’arte della vita : il quotidiano nella bellezza, Lipa, Roma 2011, p.104)

Molti teologi, oggi, non fanno uso di questo tipo di intelligenza.

Sono auto-centrati.

Egotici.

Narcisisti.

Aprono la bocca per fare scalpore o per ricevere un applauso.

Rilasciano interviste per finire sotto i riflettori.

Parlano male della Chiesa, rimproverandola di non essere «al passo coi tempi».

Sono ambigui.

Cerchiobottisti.

intervista teologo

Oggi molti teologi lisciano il pelo all’opinione pubblica.

Sono incapaci di criticare le ideologie del momento.

Sono spaventàti dalla possibilità di scontentare i proprî ascoltatori, di non essere abbastanza «woke», di essere etichettati come «troppo» cristiani (*).

(*) (io ho sempre pensato che l’aggettivo «cristiano» non abbia bisogno di ulteriori specifiche… una persona o è cristiana o non lo è. Vale lo stesso per l’aggettivo «morto»: una persona o è morta, o non lo è; non ha senso dire che qualcuno è «troppo» morto)

Oggi molti teologi sono aridi.

Incapaci di trasmettere la Vita.

Sono i pro-pro-pro-nipoti di quelli di cui Gesù ha detto:

Lasciateli stare! Sono ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso!
(Mt 15,14)

Oggi molti teologi hanno separato la speculazione teologica (cioè lo studio, la lettura, l’approfondimento personale, il confronto con la cultura del mondo) dalla vita contemplativa (preghiera, silenzio, digiuno, sacramenti, richiesta di grazia)…

…e il risultato è quello che descrive Jean Danielou:

Il padre von Balthasar ha giustamente rilevato che, nei tempi patristici, speculazione teologica e vita contemplativa andavano di pari passo e che i dottori della Chiesa erano dei santi, mentre accade spesso nei tempi moderni che i teologi non siano sempre dei santi e che i santi non siano sempre dei teologi (cfr. HANS URS VON BALTHASAR, Théologie et santeté, in «Dieu vivant», XII, p.18-19).
Una certa sterilità della teologia moderna deriva anzitutto dal fatto che non è animata dalla spinta soprannaturale, dal dinamismo della fede verso la visione trinitaria.
[…]
Non è possibile leggere sant’Agostino senza essere trascinati dallo slancio che lo innalza verso la Trinità. Non sempre si può dir lo stesso dei nostri manuali.
[….]
Spesso [il teologo moderno] si installa nel dato rivelato come se si trovasse a casa sua e ne discute come farebbe di altri argomenti, trattandolo senza quello spirito di profonda riverenza che avremmo il diritto di aspettarci quando si tratta del Dio vivente.
In quel caso è ancor di Dio che il teologo parla?
Non accumula forse dei concetti vuoti?

(JEAN DANIELOU, Dio e noi, Rizzoli, Milano 2009, dal capitolo V «Il Dio della Chiesa»)

4 • Il “miglior” teologo del mondo

«I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo» è uno dei libri più belli che io abbia letto in vita mia.

È stato scritto nel 1899 dal filosofo, teologo e critico letterario russo Vladimir Solov’ëv (1853-1900), ed è stato pubblicato nel 1900, sei mesi prima della sua morte (*).

vladimir solovev lev tolstoj

Come da titolo, il libro di Solov’ëv contiene tre dialoghi, seguiti dal celebre «racconto dell’Anticristo».

In questa storia di poche decine di pagine, Solov’ëv descrive l’avvento dell’Anticristo nel mondo.

Secondo voi, come viene rappresentato l’Anticristo?

È un tiranno? Un barbaro? Un blasfemo? Un Adolf Hitler all’ennesima potenza?

…no, siete fuori strada!

L’Anticristo del racconto di Solov’ëv è una brava persona.

È il vicino di casa che tutti vorrebbero avere.

È un filantropo.

Vegetariano.

Ambientalista.

Ama tutti, aiuta tutti, ha una visione ecumenica del mondo.

Tutti lo amano… e proprio per questo riesce ad ingannare tutti, ammantandosi di buonismo.

Ma l’idea più geniale che è venuta a Solov’ëv è questa: l’Anticristo è un grande studioso della Bibbia

…talmente esperto che, a un certo punto del racconto, riceve una laurea honoris causa in teologia dall’Università di Tubinga!

Con questo racconto Solov’ëv ha voluto esprimere in modo drastico il suo scetticismo nei confronti di un certo tipo di esegesi erudita del suo tempo.
Non si tratta di un no all’interpretazione scientifica della Bibbia in quanto tale, bensì di un avvertimento massimamente salutare e necessario di fronte alle strade sbagliate che essa può prendere.
L’interpretazione della Bibbia può effettivamente diventare uno strumento dell’Anticristo.
Non è solo Solov’ëv che lo dice, è quanto afferma implicitamente il racconto stesso delle tentazioni.
I peggiori libri distruttori della figura di Gesù, smantellatori della fede, sono stati intessuti con presunti risultati dell’esegesi.

(JOSEPH RATZINGER, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli 2008, p.59)

Bene.

Alzi la mano chi pensa che l’idea di un «Anticristo biblista» sia un po’ esagerata…

…beh, se vi sembra esagerata, vi suggerirei di rileggere il brano del Vangelo in cui Gesù, dopo essere stato per quaranta giorni nel deserto, è tentato dal diavolo (cfr. Mt 4,1-11; Lc 4,1-13).

Come è descritto il diavolo?

Il diavolo si rivela conoscitore della Scrittura, sa citare il Salmo con esattezza.
L’intero colloquio della seconda tentazione si configura come un dibattito tra due esperti della Scrittura: il diavolo vi appare come teologo, osserva a questo proposito Joachim Gnilka.

(JOSEPH RATZINGER, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli 2008, p.59)

Anche il filosofo russo Nikolaj Berdjaev (1874-1948) paragonava il diavolo a un teologo… o meglio, a un teologo dei nostri giorni:

Il serpente è l’immagine del teologo moderno, che invece di parlare con Dio, discute con gli uomini su Dio.

(NIKOLAJ BERDJAEV, citato da MARKO IVAN RUPNIK in Rimanete nel mio amore, esercizî spirituali predicati dal 28 febbraio al 4 marzo 2011, parte 5, minuto 24.06)

(Solo per gli «addetti-ai-lavori») aggiungo anche una citazione un po’ più cervellotica di Fabrice Hadjadj, scrittore e filosofo francese (classe ’71):

Satana è un biblista.
Potrebbe dare addirittura dei punti a docenti di seminario, e meglio di loro addentrarsi nei dettagli di un problema di traduzione o di una disputa su una parola.
È un maestro impareggiabile di esegesi storico-critica, un amico di Reimarus e di Wolf, un fratello di Renan e di Loisy, un vero padre per Julius Welhausen.
Divide volentieri in più parti la Torah (yahvista, elohista, deuteronomista, e via dicendo), a condizione che ciò gli consenta di mettersi al riparo nei confronti di un’Ispirazione, che arreca disturbo; a condizione che si riconduca il testo a sé piuttosto che introdurci all’Altro; a condizione che la lettera, sempre meglio esaminata, resti lettera morta.
Non che l’esegesi storico-critica sia di per sé demoniaca, ma segue l’orientamento che si profila nella Tentazione nel deserto: quello di collegarsi al verbo scritto per poter meglio perdere il Verbo vivente.

(FABRICE HADJADJ, La fede dei demoni : ovvero il superamento dell’ateismo, Marietti, Genova 2010, p.27)

5 • Come si fa «vera» teologia?

Bene.

A questo punto, qualcuno potrebbe chiedersi:

  • «Ma allora chi è un VERO teologo?»
  • «Che caratteristiche deve avere?»
  • «Come si fa VERA teologia?»

Allora…

  • se un teologo conosce a memoria il pensiero di sant’Agostino, Origene o Karl Rahner, può esserti utile… ma è secondario;
  • se il nome di un teologo compare nell’elenco dei relatori di un sinodo o di un convegno pastorale, può scriverlo sul proprio curriculum… ma è ininfluente;
  • se un teologo ripete a destra e a manca che «vuole parlare ai più lontani», è un bel pensiero… ma è marginale;
  • se i libri di un teologo vendono tante copie… è insignificante;
intervista teologa

Scriveva padre Rupnik:

Lo studio della teologia è una questione di Chiesa, cioè di imparare a pensare ecclesialmente, e questo implica respirare con la tradizione, avere familiarità con la memoria e la santità della Chiesa, sentire interiormente un fuoco che ci spinge ad aprire gli antichi tesori ai fedeli per il nutrimento della loro fede e della loro vita spirituale – e quindi anche della loro vita intellettuale, in quanto la vera vita intellettuale dovrebbe essere cibo per la riflessione teologica e la vita spirituale.

(MARKO IVAN RUPNIK, L’arte della vita : il quotidiano nella bellezza, Lipa, Roma 2011, p.209)

Che poi, da bravo gesuita, Rupnik fa eco a ciò che scriveva Ignazio di Loyola (1491-1556).

Ignazio, nei suoi Esercizî spirituali, ha scritto un elenco che lui chiama «Regole per sentire con la Chiesa».

L’elenco si apre in questo modo:

Prima regola. Messo da parte ogni giudizio proprio, dobbiamo avere l’animo disposto e pronto a obbedire in tutto alla vera sposa di Cristo nostro Signore, che è la nostra santa madre Chiesa gerarchica.

(IGNAZIO DI LOYOLA, Esercizî spirituali, n.353)

Che significa questo?

Che non si può avere un’opinione personale?

Che la teologia è qualcosa di immutabile?

Che non ci può essere «rinnovamento» in teologia?

No.

Tutto il contrario.

Però il rinnovamento teologico, per essere «vero», deve seguire una regola molto semplice – ricordata da Michelina Tenace, teologa (classe ’54) e professoressa ordinaria di teologia alla Gregoriana:

Il rinnovamento in teologia avviene quando c’è attenzione alla vita presente e allo stesso tempo capacità di leggere l’interezza della tradizione.

(MICHELINA TENACE, Cristiani si diventa : Dogma e vita nei primi tre concili, Lipa, Roma 2013, p.30)

Insomma.

L’amore per la tradizione della Chiesa, secondo me, è uno degli aspetti più importanti di un bravo teologo.

Però.

Però.

Però.

Non è ancora il centro.

Per arrivare al nocciolo della questione, rubo le parole da un libro di André Louf (1929-2010), monaco trappista belga:

Perfino quello che facciamo per gli altri e per la chiesa di Cristo può essere solo un espediente, estraneo al nostro io più profondo, molto lontano anche da Dio e dalla sua voce nel nostro cuore.
Lo stesso esercizio teologico, sia di stampo moderno che classico, può essere una fuga, un alibi che ci trascina in un mondo irreale di idee e di concetti da cui non nasce alcuna vita autentica.
“Sei un teologo?”, chiese un monaco del Monte Athos a un monaco occidentale che così gli si era presentato, e aggiunse: “Oh! Un santo è un fiore vero. Ma il teologo, paragonato al santo, è solo un fiore artificiale: ne imita il colore, ma non effonde alcun profumo e neppure darà mai alcun frutto”

(ANDRÉ LOUF, Sotto la guida dello spirito, Qiqajon, Magnano (BI) 2005, p.25)

Un po’ cattivello?

Forse…

Però ha centrato il punto.

La VERA teologia ha a che fare con la santità di vita (*).

(*) (Per quanto stucchevole sia la parola «santità»… no! Non è quella cosa che ti è appena venuta in mente! La santità non ha nulla a che fare con Ned Flanders. Senza attaccare pippe su questo tema, per chi fosse interessato lo rimando alla paginetta in cui parlavo di che cos’è la santità)

Giovanni Paolo II scriveva che:

Lo studio, per essere autenticamente formativo, ha bisogno di essere costantemente affiancato dalla preghiera, dalla meditazione, dall’implorazione dei doni dello Spirito Santo: la sapienza, l’intelletto, il consiglio, la fortezza, la scienza, la pietà e il timore di Dio.

(GIOVANNI PAOLO II, dal libro autobiografico «Dono e mistero», citato nel libro di PAPA FRANCESCO San Giovanni Paolo Magno, p.70)

Le parole del papa polacco riprendono ciò che scriveva Evagrio Pontico (345-399), monaco cristiano, scrittore e asceta greco antico:

Se sei teologo preghi veramente e se preghi veramente sei teologo.

(EVAGRIO PONTICO, De oratione, 60: PG 79, 1180b)

Non c’è (vera) teologia che non sia anche contemplazione.

Non c’è (vero) teologo che non sia anche mistico.

Non c’è (vera) ecclesialità o «sentire cum ecclesia», se non impariamo un po’ tutti (io per primo) a consumare i nostri pantaloni su un inginocchiatoio.

Per contemplare il Crocifisso.

Per stare sotto il Suo sguardo.

E chiedere a Lui di fare luce sul nostro intelletto e sulle nostre elucubrazioni (o pippe mentali) che vogliamo spacciare per «teologia».

Fulton Sheen (1895-1979), un vescovo statunitense del secolo scorso, diceva queste parole (*):

(*) (si riferiva ai sacerdoti… ma penso che valga lo stesso anche per i teologi; anzi, moltiplicato per cinque!)

Il sacerdote che non si è tenuto vicino alla fiamma del tabernacolo non può emettere scintille dal pulpito.

(FULTON SHEEN, da «Il sacerdote non si appartiene»)

Conclusione

E niente.

Chiudo con uno stralcio di intervista che Vittorio Messori fece a don Luigi Giussani (1922-2005) nel 1987.

Eccolo qui:

Della confusione in cui è stata gettata in questi anni la Chiesa, soprattutto a danno dei suoi membri più semplici e indifesi, sono responsabili certi teologi con la loro leggerezza e il loro terrore di non essere graditi, alla moda, accettati, applauditi.
[…]
La divulgazione teologica – su giornali e libri – è stata maneggiata in modo irresponsabile, quando non strumentalizzata, come sfogo intemperante, come autoaffermazione vanitosa.
[…]
Ciò che rimproveriamo a certa teologia post-conciliare è l’avere scelto di essere subalterna alla cultura laicista; di essersi fatta, e volontariamente, cortigiana e serva della mentalità egemone.
Scrivono e parlano, si direbbe talvolta, sperando in un buffetto sulla guancia, in un “bravo!” dei nuovi padroni della cultura.
E non si accorgono che quel laicismo che mette loro tanta soggezione e bisogno di riverirlo, è in agonia, assieme a tutta la “modernità” nata dall’illuminismo settecentesco.
È il ripetersi di quel ritardo culturale clericale che è purtroppo ricorrente: scoprire ed entusiasmarsi delle novità quando sono ormai vecchie.
[…]
Non possono pretendere di parlare secondo lo spirito del Concilio coloro che trascurano le grandi encicliche di Giovanni Paolo II, che costituiscono l’interpretazione autentica del Vaticano II.

(LUIGI GIUSSANI, intervistato in VITTORIO MESSORI, Inchiesta sul cristianesimo: sei tu il Messia che deve venire?, Società editrice internazionale, Torino 1987, p. 195-196)

sale

(Estate 2022)

Fonti/approfondimenti

Ti piace il blog?


Clicca la tazzina per aiutarmi a farlo crescere!