Le ferite: la porta di ingresso di Dio

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1 • «So’ tempi de nevrosi e pizzicosi!»

In una canzone del 1972, Gigi Proietti (1940-2020) cantava queste righe:

So’ ttempi de nevrosi e pizzicosi,
la ggente è tutta matta da lega’!
Chi pija l’ansiolitico,
chi l’antibuggerotico!
Noi nun pijamo gnente
e sai perché?


Er tranquillante nostro
è solo er vino, zumpappà!
Che scende alegro giù per gargarozzo, zumpappà!
E puro si sei nero,
peggio d’un bagherozzo,
diventi rosa e nun ce penzi più!


È un tranquillante che
se fa coll’uva, zumpappà!
E nun se compra ne’ la farmacia, zumpappà!
Se pija senza ricetta all’osteria!
E ppe’ la dose? A piacere!
E ppe’ la dose te la vedi tu!

(GIGI PROIETTI, da Er tranquillante nostro, 1972, Sony BMG music entertainment (Italy) S.p.A.)

La canzone è ironica.

Ed è geniale (da Proietti non mi aspetto nulla di meno).

Però tra una battuta e l’altra, racconta qualcosa di profondamente serio: viviamo in un’epoca di palliativi.

La società contemporanea, a livello macroscopico (*), sembra aver trovato un’unica soluzione nei confronti del dolore: nasconderlo.

(*) (e sottolineo «a livello macroscopico»: sto facendo considerazioni di carattere generale, che – per loro natura – non descrivono la totalità della realtà… però sono una buona approssimazione della mentalità che va per la maggiore)

Ci piace stordirci.

Adoriamo divertirci.

Non vediamo l’ora che arrivi il weekend, per distrarci dalla settimana di merda appena trascorsa.

Come scriveva Blaise Pascal (1623-1662 ):

Distrazione – Gli uomini, non avendo potuto rimediare alla morte, alla miseria, all’ignoranza, hanno risolto, per vivere felici, di non pensarci.

(BLAISE PASCAL, Pensieri, dal n.97)

Però c’è un problema: non si pulisce casa nascondendo la polvere sotto al tappeto.

Fuor di metafora: se si rimuovono solo i sintomi ma non si va alla radice dei problemi, i problemi restano irrisolti.

problemi psicologici

2 • Mettere mano alle proprie ferite

Fino a qualche anno fa, credevo (*) che la psicoterapia fosse «quella cosa che serve alle persone con problemi mentali».

(*) (come molti altri italiani… non so perché, in tanti abbiamo questo bias cognitivo)

psicoterapia

Grazie a Dio però, negli ultimi anni, a furia di fare passeggiate chilometriche con il mio migliore amico, l’ho sentito raccontare più e più volte quando fosse bello, buono, utile e fecondo il percorso di psicoterapia che stava facendo (*).

(*) (Amico che, ovviamente, è sanissimo di mente, ed anzi è una delle persone più empatiche, sagge e dall’intelligenza emotiva più spiccata che io conosca)

Ho iniziato a cambiare prospettiva.

D’altronde…

  • …tutte le volte che nella mia vita ho praticato uno sport, non è stato perché avevo una salute cagionevole, problemi fisici o muscolari; ma perché – pur avendo un organismo sano – lo sport mi faceva stare meglio, mi aiutava a tenermi in forma, avevo piacere ad avere una struttura muscolare tonica, etc.
  • …dunque, allo stesso modo, pur non avendo patologie di natura psichiatrica, ho iniziato ad avere il sospetto che la psicoterapia sarebbe stata per la mia psiche ciò che la palestra era per il mio corpo.

E infatti così è stato.

Cioè, se devo essere onesto, non è stato solo questo.

In realtà, anche se lì per lì non me ne rendevo conto, c’era tanta polvere «sotto al tappeto del salotto della mia psiche».

Roba nascosta, profonda, intima.

Che sanguinava.

Fragilità, cicatrici, ferite emotive, relazioni finite male, e una serie di altre cose che stavano «lì sotto» a marcire.

Fare psicoterapia mi è servito a scoprire cosa c’era sotto al tappeto.

A dare un nome ad alcune cose che avevo dentro.

A saperle riconoscere.

A prenderne coscienza.

È stata veramente una bella boccata d’ossigeno!

3 • Non ci si auto-guarisce “rimboccandosi le maniche”

Insomma, come stavo dicendo, santa e benedetta psicoterapia!

È stata una delle scelte più felici degli ultimi anni!

Consiglio a chiunque di fare un percorso!

psicoterapia coatta

Però…

Però…

Però…

…come dicevo a suo tempo, secondo l’antropologia cristiana (1Ts 5,23), l’uomo è costituito di:

  • corpo
  • anima (in greco ψυχὴ, psychè)
  • spirito

Si può avere una psiche sana ed un problema corporeo.

Si può avere un corpo sano e un problema psicologico.

Ma si possono avere anche un corpo ed una psiche sani, e ferite che hanno a che fare con la vita spirituale.

Un conto è la salute (fisica o psicologica).

Altra cosa però è la salvezza.

Un conto è “aggiustarmi” – o “farmi aggiustare” da una persona preparata.

Altra cosa è “salvarmi”.

Io non mi salvo da solo.

E non è in grado di farlo nessun medico, psicologo, psichiatra o terapeuta.

Ehm…

In che senso «salvezza»?

Vediamo un po’… la prendo un po’ larga…

Non so se vi ricordate il racconto del Vangelo in cui Gesù risuscita Lazzaro.

Quando Gesù arriva davanti alla tomba e chiede di togliere la pietra che sigillava l’ingresso, Marta gli fa notare che sarebbe meglio non farlo, perché uscirebbe fuori una puzza terribile, dato che suo fratello è morto da quattro giorni (Gv 11,39).

Gesù però insiste: bisogna rimuovere la pietra che chiude il sepolcro!

Al di là del fatto di cronaca (che comunque è bellissimo… cioè: Gesù restituisce la vita ad un uomo), questa pagina del Vangelo descrive qualcosa di profondamente vero anche da un punto di vista spirituale:

Ci sono quelle cose per cui diciamo: “Non aprire questo sepolcro, perché mando cattivo odore, perché è tanto che sono morto…” e Gesù invece dice: “Ma con la gloria di Dio è un altro paio di maniche. Io posso misurarmi con il tuo cattivo odore. A me non fa schifo”.
Quando a Lazzaro spostano la pietra – e il puzzo esce – è quello il momento in cui Gesù canta di gratitudine al Padre. Perché? Perché era venuto proprio per questo; e cioè? Misurarsi con la nostra povertà fino in fondo.
Ci sono cose che io non posso guardare di me stesso… lì deve entrare il Signore: guarire è questo, è proprio questa la guarigione: che io smetta di fuggire, perché molte delle cose che faccio le faccio per scappare da quel vuoto, da quel cattivo odore di cui ho orrore.
Ma quel vuoto non ha bisogno di essere rimosso o nascosto, ha bisogno di essere amato.

(FABIO ROSINI, L’arte di guarire: l’emorroissa e il sentiero della vita sana, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2020, versione Kindle, 48-49%)

Papa Francesco, commentando questo episodio del Vangelo, ha detto queste parole:

[…] ciascuno di noi ha già un piccolo sepolcro, qualche zona un po’ morta dentro il cuore: una ferita, un torto subìto o fatto, un rancore che non dà tregua, un rimorso che torna e ritorna, un peccato che non si riesce a superare. Individuiamo oggi questi nostri piccoli sepolcri che abbiamo dentro e invitiamo Gesù. È strano, ma spesso preferiamo stare da soli nelle grotte oscure che abbiamo dentro, anziché invitarvi Gesù; siamo tentati di cercare sempre noi stessi, rimuginando e sprofondando nell’angoscia, leccandoci le piaghe, anziché andare da Lui, che dice: «Venite a me, voi che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28).

(PAPA FRANCESCO, dall’omelia della V domenica di Quaresima in occasione della visita a Carpi e Mirandola, 2 aprile 2017)

4 • (Non) stare sotto il Suo sguardo

Che succede quando “il sepolcro rimane chiuso”?

sepolcro lazzaro

No, non in senso letterale!

Riformulo: che succede se non permetto a Dio di curare le mie ferite?

Se non gli permetto di prendersene cura?

Se glie le nascondo?

Le ferite non curate da una mano redentrice restano sempre un grosso pericolo per la vita spirituale, e anche per quella psichica.
Se questa vicenda non si risolve in qualcosa di positivo nel nostro Signore e Salvatore, da ora in poi correte il rischio di guardare molte cose sempre attraverso il filtro di questi episodi, il che equivale ad avere la vista sfocata, come quando abbiamo sugli occhiali una macchia che ci impedisce di vedere le cose così come sono nella loro realtà.
[…]
La tristezza è un sentimento sul quale il nemico gioca molto volentieri e bene.
Bisogna essere attenti, perché, come dice san Paolo, c’è una tristezza secondo Dio e una secondo il mondo (cfr. 2Cor 7,10).

(MARKO IVAN RUPNIK, L’arte della vita : il quotidiano nella bellezza, Lipa, Roma 2011, p.226)

Ripeto quel che dicevo sopra: santa psicoterapia! Benedetta psicoterapia! Fare psicoterapia è stata una delle scelte più felici della mia vita! La consiglio a tutti!

Ma qualsiasi percorso tu faccia, rimarrà a quel livello lì: psicologico.

Ti permette di lavorare tra te e te; o tra te e il terapeuta.

Aiuta, eh!

Ma non arriva alla radice.

Non arriva all’unica cosa che salva: accorgersi di stare sotto il Suo sguardo.

Sperimentare Quello sguardo buono.

Accogliente.

Benevolente.

Misericordioso.

Sotto il quale anche la ferita più dolorosa trova un senso.

Cioè è redenta.

Cioè posso darle un bacio, e ringraziare Dio, perché se non fosse stato per quella ferita, Lui non sarebbe entrato per davvero nella mia vita.

5 • Lasciare a Dio l’ultima parola sulle mie ferite

Per gran parte della mia vita ho pensato che Dio fosse un distributore di bevande.

Se mettevo una monetina (cioè pregavo) e usciva una bibita, il distributore aveva funzionato bene; se mettevo la monetina e non usciva nessuna bibita, sicuramente il distributore si era inceppato.

genio della lampada

In realtà, come già accennavo quando parlavo della preghiera, Dio non agisce in questo modo.

Anche per le ferite, vale lo stesso discorso: Dio non segue scorciatoie.

Dio non toglie le ferite (*)…

Dio non toglie la croce (*)…

Dio non toglie la morte (*)…

(*) («di solito», almeno. Poi, essendo Dio, è sempre libero di fare come vuole Lui)

…non gli occorre fare queste cose, perché ha un potere molto più grande: quello di non lasciare che queste cose abbiano l’ultima parola.

Tant’è che Paolo di Tarso, nella seconda lettera ai Corinzi, scriveva queste parole:

[…] portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo […]

(2Cor 4,10)

Se un cristiano non accoglie questa parola, c’è un solo esito possibile:

Se non si porta la sua morte, si portano soltanto le nostre, che a loro volta desiderano la morte altrui.

(MARKO IVAN RUPNIK, L’arte della vita : il quotidiano nella bellezza, Lipa, Roma 2011, p.228)

Domanda da un milione di dollari: come faccio a capire che nelle mie ferite è Dio che parla? È Dio che agisce? È Dio che «mi sta lavorando»?

Detto in altri termini: come faccio a a capire che il tentativo di accettare le mie ferite, le mie fragilità, le mie croci non sia uno “mio sforzo”, con cui rischierei di diventare un frustrato?

Non ho trovato una risposta migliore di quella che ha dato padre Marko Ivan Rupnik:

Vedete, questo tocca a voi: chiedere la grazia, supplicare e bussare alla porta della Sapienza, la sapienza della croce. Anzi, sulle ferite conviene fare una prolungata epiclesi, affinché il Padre mandi lo Spirito Santo, che è l’unico che ci può comunicare in un modo vero e convincente il loro senso. Solo lo Spirito può aprire il nostro sguardo perché veda le nostre ferite nelle ferite di Cristo. Solo quando riusciamo a scoprire il significato delle nostre ferite in Cristo, le cose cominciano a cambiare. Ma la partecipazione nostra a Cristo non è opera nostra – è accoglienza dell’opera dello Spirito in noi.

(MARKO IVAN RUPNIK, L’arte della vita : il quotidiano nella bellezza, Lipa, Roma 2011, p.228)

Conclusione

Ho scritto che le ferite sono la porta di ingresso di Dio nella mia vita…

…e Dio solo sa quanto è vera questa cosa!

Le ferite però servono anche ad un’altra cosa: a permettere agli altri di entrare nella mia vita; e ad entrare io nella loro.

Come diceva don Fabio Rosini in una catechesi di un paio di anni fa:

Le persone ti odiano per le tue qualità e ti amano per le tue povertà.
Le tue povertà lasciano spazio agli altri nella tua vita, le tue qualità ti mettono in competizione.
Quando tu sfoderi le tue qualità l’altro diventa un antagonista, quando ti mostri fragile e incompleto, l’altro respira e ti può voler bene.

(FABIO ROSINI, dalla catechesi «Sei abbastanza debole per essere Santo?» nella parrocchia di “Nostra Signora di Lourdes” a Roma, ottobre 2020)

sale

(Primavera 2022)

Fonti/approfondimenti